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  • Fuori la luna, dentro i lupi.

    Nov 12 2012, 23h56

    Sab 12 Nov – Ulver, Stian Westerhus

    E' passato un anno dal concerto degli Ulver, troppo tempo per poter scrivere una recensione che sia degna di questo evento, lo so. Eppure, ho deciso di scriverla lo stesso, a 365 giorni esatti di distanza, sia perché il 12 novembre 2011 è stata ed è per me una data molto speciale sia perché vorrei che questo fosse un evento da ricordare.

    Non capitano spesso concerti come questo a Parma, dove lo spazio utilizzato è il tanto amato e sacralizzato teatro Regio, luogo di culto per gli amanti dell'opera lirica e i fanatici di Giuseppe Verdi. Sono 13 anni che abito a Parma e altrettanti 13 anni che vedo tantissima pubblicità per il festival verdiano e pochissima per un festival ugualmente importante come quello di musica contemporanea chiamato 'Traiettorie'.
    Ma, al di là della solita e risaputa polemica, sono davvero felice che qualcuno si sia definitivamente deciso a portare in questa città artisti di un certo calibro (ringraziare pubblicamente l'organizzazione LiveALive può sembrare una cosa davvero banale ma in realtà è assolutamente necessaria), se non altro per dare un esempio su come si possano iniziare a cancellare i pregiudizi e cambiare mentalità con la speranza di un futuro migliore.

    Molti gli scettici sulla scelta della location, pochi gli entusiasti sull'evento (eccetto i fans più accaniti). Personalmente parlando, io ho creduto fin dall'inizio che il teatro Regio potesse essere un posto adatto a questo evento, affascinata subito dall'idea di poter accostare l'antico al moderno, ma ho sempre avuto molti dubbi riguardanti gli eventuali atteggiamenti degli spettatori abituali (i cosiddetti 'abbonati' al teatro) e adesso vi spiego il perché. Ero molto perplessa perché non riuscivo a togliermi dalla testa l'immagine fissa di uno di loro, solitamente abituato ad andare a teatro per godersi uno spettacolo convenzionale come per esempio "Il lago dei cigni" o "L'aida" di Verdi, che, seduto in quel teatro (considerato per lui è un po' come una seconda dimora fissa), non poteva non rimanere allibito (e magari addirittura traumatizzato) di fronte all'insolita musica degli Ulver, e se non a vita almeno per un bel po' di tempo. Non riuscivo a togliermi questa immagine dalla mente anche perché ne avevo già vista una simile al concerto degli ANBB (Alva Noto & Blixa Bargeld), ospitati sempre nello stesso teatro ma sei mesi prima degli Ulver. E allora, dall'inizio alla fine, mi sono chiesta tra me e me: ma come reagiranno le persone che verranno al concerto senza nemmeno conoscere il gruppo in questione?

    Quella sera lì faceva un freddo cane e ricordo ancora molto bene quella sensazione di congelamento della pelle, della carne e delle ossa che ho sentito nell'attesa di poter entrare. Una volta dentro, l'atmosfera mi è sembrata subito diversa ma di una diversità unica, sia per struttura/composizione interna del teatro, che sembra diventare ancor più bella ogni anno che passa, sia per l'immensa quantità di gente che occupava i posti a sedere creando il caos. Il teatro così pieno non l'avevo visto mai: appena provavo a guardare verso l'alto, verso le loggie e le gallerie, mi sentivo svenire. E quella sensazione di vertigine e claustrofobia la provo ancora adesso al solo pensiero.
    Comunque, non appena si sono spente le luci ed è partita la musica, le bocche si sono chiuse e il teatro ha cominciato a tremare, ma questa volta non per colpa dei passi della gente che saliva e scendeva le scale. Era la musica che creava questo effetto di risonanza.

    [...]

    Una cosa è certa: a fine concerto si sono ricreduti tutti sulla scelta della location, sia i più scettici che la sottoscritta, e se c'è qualcuno che è rimasto deluso di sicuro non era un fan.
    L'odore del cambiamento lo sentivo già dall'anno scorso, ma ad un anno di distanza posso affermare con certezza che quel cambiamento non è più soltanto una sensazione olfattiva ma una realtà visibile.
  • Le luci della centrale elettrica si sono solo fulminate, magari si fossero spente…

    Jul 12 2011, 23h35

    Ven 25 Feb – Le Luci Della Centrale Elettrica

    Cinque giorni dopo il mio ultimo compleanno, il 25 febbraio, sono stata al Circolo Arci Fuori Orario di Taneto (in provincia di Reggio Emilia), a sentire il concerto delle Luci della Centrale Elettrica, il progetto musicale di Vasco Brondi.



    Non ci sono andata nè per farmi un regalo nè per masochismo, schizzofrenia o quant'altro, ma solo perché cerco sempre, prima di esprimere un giudizio critico, di verificare con i miei occhi se i miei pensieri si rivelano reali e veri. Ma più di ogni altra cosa volevo constatare se le opinioni critiche piuttosto severe che inondano la rete riguardo al nuovo Vasco fossero infondate oppure avessero delle basi di verità, anche soltanto per un pizzico.

    Surrogato di Vasco Rossi in salsa alternativa - quindi pure peggiore. (da last.fm)I soliti banali tre-quattro accordi in croce e mediocri testi da diario adolescenziale... Insomma, Vasco Brondi è il Ligabue della scena """indie""" italiana. (da rym)Questo Brondi ha una pretenziosità che anche i peggiori Mars Volta se la sognano. (da rym)Un piagnisteo senza fine che non si sopporta proprio.. sconsigliato a stomaci deboli e soggetti depressi o facilmente impressionabili! (da rym)Credo che difficilmente sentirò, su base di chitarra acustica che pare accattivante, testi più osceni delle canzoni che compongono questa cosa che definire disco e musica mi pare troppo... (da rym)Il primo album di Vasco Brondi rappresenta un vistoso passo indietro di tutta la scena italiana fino ad ora conosciuta. Il passo indietro non è solo dal punto di vista qualitativo ma anche temporale, altro che revival, altro che "Brondi menestrello della generazione 00", la generazione cantata da Brondi scimmiotta pericolosamente quella dei centri sociali di fine anni '70 primi '80: tutta slogan, dibattiti politici "i comunisti di qua e i fascisti dillà, e viceversa", esistenzialismi di provincia, De Andrè. Con l'unica differenza che la generazione dei ventenni degli anni '80 erano in prevalenza figli di contadini ed operai, oggi la maggior parte è figlia di borghesi annoiati. Ed è proprio questo il problema fondamentale delle canzoni da spiaggia deturpata: non c'è lotta, non c'è riscatto, a parole si ha la pretesa di essere voce di una generazione, di volerle far prendere coscienza della realtà delle cose ma nei fatti questa intenzione non si trasforma in "inni" ma in lamenti autoreferenziali con tanto di rime sboccate che possono urtare solo chi non è abituato al linguaggio televisivo corrente. In poche parole Brondi utilizza una forma d'espressione da "cantautorato da concertone del primo maggio". Mi dispiace per Brondi e per la sua generazione, ma ha mirato dritto al sole consumando velocemente le alette di cera. (da rym)Per favore sopprimetelo. (da rym)Un impagabile merdaio. (da rym)Conferma lo schifo del disco precedente, niente di cui stupirsi. (da rym)Per ora noi lo chiameremo un "discodimmerda". (da rym)Quando la smetterà di fare dischi per entrare nelle vagine tredicenni? (da rym)Quando uno non ha talento, finisce per fare un disco orrendo e identico al precedente. Capita.Se poi i 'gggiovani indie la smettessero di idolatrarlo sarebbe un guadagno per tutti. (da rym)Non sempre è una tragedia fare un disco simile al precedente. È brutto tuttavia quando il disco è pressocché identico. Lo è ancora di più quando i due dischi in questione sono ancora i primi. Ma è una tragedia quando, dopo tutti questi elementi, il primo disco (non contando il demo) è già di per sé una fetecchia. Questo non importa certo a Vasco Brondi, che ormai si è guadagnato il suo fruttuoso posto nell'olimpo dei post-adolescenti alternativi degli anni zero. (da rym)LA COSA PEGGIORE CHE ABBIA MAI ASCOLTATO, MI HA ROVINATO L'ESISTENZA. Mi viene da piangere. (da rym)

    Tanto per citarne alcune.
    Sembrava, insomma, che odiare Brondi stesse diventando la nuova moda del momento o lo fosse diventata di già. Io non sono mai stata una pecora che segue il gregge, piuttosto assomiglio a una di quelle che si suiciderebbe con qualsiasi mezzo se fosse obbligata a farlo. Per cui, ho deciso di arrivare ad una mia conclusione da sola, senza farmi influenzare dagli altri.

    Ho ascoltato Brondi nei mesi che vanno dall'ottobre 2010 al gennaio 2011, alternandolo ai dischi di Giorgio Canali, durante un periodo veramente depressivo-compulsivo, dove avevo bisogno di consolarmi con parole in italiano che fossero pesanti e con frasi che non per forza racchiudessero un senso compiuto, ma che infilassero il dito dentro la piaga costantemente e riuscissero a farmi uscire qualche lacrima dagli occhi. Lo ascoltavo pur sapendo che era totalmente diverso dai miei soliti gusti musicali e pur odiandolo a giorni alterni, o perché faceva troppo male sentirlo o perché, se dopo una volta che lo si ascolta è già insopportabile, pensate dopo le oltre 30 (o forse anche di più) riproduzioni giornaliere cosa diventa. Più lo ascoltavo e più lo odiavo, come se quel sale cosparso sulla ferita, invece che guarirmi, mi producesse un'infezione cronica così grave da voler far causa all'industria salina.
    Sono andata al suo concerto per vedere se veramente era così, se veramente invece che curarmi mi faceva ammalare sempre di più. E non "ammalare" nel senso di non poterne più fare a meno, ma di "ammalare" nel senso di diventarne allergica e averne il rigetto al solo ascolto.

    Erano già le 22.30 passate quando sono arrivata e il concerto era già iniziato perché ho perso tempo a compilare la tessera del Circolo, visto che era da tanto che non ci mettevo piede. Era tutto pieno, ma sono riuscita ad arrivare in seconda fila sul lato destro facendo lo slalom insieme a mio fratello.




    Vasco Brondi era al centro del palco, in piedi, con una chitarra in mano e due microfoni uniti e attaccati in un'unica asta. Ad accompagnarlo c'erano alla sua sinistra un violinista e alla sua destra un altro con la chitarra elettrica in mano e il batterista.





    Stavano eseguendo Cara Catastrofe e avevano appena iniziato. Già si vedevano le prime labbra muoversi per seguire il testo.




    I seguenti pezzi, pescati un po’ da Canzoni da spiaggia deturpata e Per ora noi la chiameremo felicità, venivano eseguiti senza lasciare un attimo di silenzio tra l'uno e l'altro. Mentre il treno passava sullo sfondo, gli spazi vuoti venivano riempiti di suoni e parole, come quelle di Leo Ferré, riprodotte con una registrazione originale di sottofondo, mentre recitava la poesia Solitudine, che nessuno conosceva e tutti si chiedevano cosa fosse.




    Non ho potuto fare a meno di irritarmi dopo la prima canzone eseguita, a causa di due ragazze davanti a me che erano letteralmente impazzite alla vista di Brondi: due oche giulive che urlavano come delle adolescenti in calore. Fra un po' si staccavano i reggiseni e li lanciavano sul palco, ci avrei scommesso. Come non si sono strappate i capelli a fine concerto io non lo so. Peccato, sarebbe stato bello vedere una scena di questo tipo, almeno sarei stata ripagata di tutti quei soldi spesi inutilmente. E poi, se fosse successo, sarei sicuramente andata via subito, e magari l'avessi fatto. Magari. Per calmare il nervosisimo sono andata a fare un giro con la macchina fotografica, cosa che non ho mai fatto ad un concerto, perché di solito sto fissa in un punto e non mi allontano mai per distrarmi.




    Molti dicono che la voce di Brondi sia inascoltabile e, adesso come adesso, non posso fare altro che dargli ragione, ma c'è da aggiungere che, se da cd è inascoltabile, dal vivo è mille volte peggio: altro che semplici stonature, penso che siano difetti cronici incurabili quelli che riguardano la sua voce. Fa sanguinare le orecchie, non c'è niente da fare. Penso che chi paragoni la sua voce a quella del grande Rino Gaetano abbia dei problemi seri all'apparato uditivo e dovrebbe mettersi l'apparecchio acustico. Non sto scherzando. Ma dove diavolo è la somiglianza, me lo spiegate? Solo perché cita un pezzo della storica canzone Ma il cielo è sempre più blu (male interpretata e peggio ancora strumentalizzata) non vuol dire che sia il nuovo Rino Gaetano dei giorni nostri. Cioè, posso fingere di sopportare tutto, ma questo proprio no, è troppo. Ascoltatevelo bene prima di parlare, leggetevi i testi e confrontateli con quelli di Brondi. Non hanno nulla in comune e sono lontani anni luce proprio e per fortuna! E se pensate che non abbiano nulla in comune proprio perché Brondi è originale e lo ha rieditato, vi sbagliate di grosso. Sturatevi le orecchie, sul serio.
    E poi dai, Brondi sembra quasi che quando canti stupri il microfono letteralmente, per la sua incapacità di maneggiarlo.




    Durante il concerto, precisamente mentre cantava Le ragazze kamikaze, infatti, ha letteralmente distrutto il microfono. Ha provato ad aggiustarlo intanto che cantava, tra un "non preoccuparti" e uno schiocco di microfono, ma non essendoci riuscito e avendo peggiorato soltanto la situazione, l'ha buttato per terra e ha continuato a cantare gridando a squarciagola, mentre il pubblico gli urlava "tu non preoccuparti".
    Io mi preoccuperei, invece, se fossi in lui e anche in quelli che urlavano insieme a lui quelle parole.




    Alla fine della canzone ha salutato ed è andato via dal palco insieme agli altri. Il pubblico è rimasto fermo immobile aspettando il bis, ma dai camerini non usciva più nessuno e così il deejay del locale, pensando che fosse veramente tutto finito, ha messo su la musica da discoteca, come alla fine di ogni concerto di merda.
    Ad un tratto, ecco che rispunta Brondi incazzato dicendo: "spegni quella musica di merda, io non ho ancora finito". E il pubblico sempre più impazzito non riusciva più a smettere di urlare "Brondi sei un grande", "che idolo", ecc...




    Io dentro me chiedevo solo aiuto e un po' di pietà per la mia povera testa. Avevo le lacrime agli occhi, giuro, ma non perché ero commossa o emozionata, piuttosto perché sentivo dentro me che mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato, che nella mia testa volevo ammazzare le due ragazze davanti a me, dare i loro cadaveri in regalo a Brondi e scappare via subito dopo. Non l'ho fatto perché, ormai che c'ero, ero tentata di vedere fino alla fine quello che sarebbe successo; e poi non volevo farmi arrestare per una motivazione così infantile. Per la prima volta, però, anche io ho pensato "vi prego, sopprimetelo".




    Quando è andato via, stavolta per davvero, ha ringraziato tutti quelli del locale, tra un bicchiere di vino e l'altro, come se non fosse successo niente, e ha fatto i complimenti a tutti, un po' come si fa quando si lecca il culo a qualcuno. Queste le sue parole:

    Quando torno qui sto veramente bene. Questo locale è stupendo, vengo accolto sempre bene, da tutti. E poi si sta benissimo qui, sono posti fantastici questi, vi invidio un sacco. Ci vediamo dopo per le foto e gli autografi eh, mi raccomando. Alla prossima.



    Tralasciando il fatto che i complimenti suonavano già di falso quando ha detto che "sono posti fantastici questi" perché Reggio Emilia fa veramente cagare e il clima è pessimo, non sopporto chi a fine concerto firma gli autografi, è talmente egocentrico da volersi far fare anche le foto e come se non bastasse lo dica anche facendosi della pubblicità gratuita.




    A fine concerto, mio fratello ha voluto comprare i due suoi cd, che adesso come adesso gli impedirei di comprare. E cercherei anche di non dargli retta quando mi ha chiesto di aspettare Brondi che uscisse dai camerini per fargli alcune domande riguardo alla sua carriera musicale. Sì, perché non eravamo ancora stati messi K.O. definitivamente, volevamo veramente farci del male. Così, dopo aver chiesto l'autorizzazione al proprietario del locale, siamo saliti su direttamente nei camerini per fargli alcune domande intelligenti da cui ci aspettavamo delle risposte altrettanto intelligenti. Invece no, non è stato affatto così.
    C'erano almeno 6 persone prima di noi, tutte ragazze, che lo baciavano e gli chiedevano gli autografi.
    Quando ha girato lo sguardo verso di noi, poi, ha visto i cd che mio fratello aveva in mano e li ha presi per fare degli autografi ma li ha fatti cadere, rompendoli, come soltanto un ubriaco testa di cazzo può fare. Si è rotto i suoi stessi cd da solo, son contenta. Tornassi indietro, glieli avrei rotti io stessa in faccia, però, come per soddisfazione.
    Quando poi gli abbiamo detto che volevamo fargli due domande, lui ci ha risposto: "Ma io non ho niente da dire".
    E io: "Come non hai niente da dire, prima senti le domande, no?"
    E lui poi ha detto: "Non è che non ho niente da dire, è che non ho voglia di dire niente."
    Allora io gli ho detto (guardandolo malissimo): "Ah, non hai voglia? Ma allora cosa li fai a fare i concerti se non hai voglia di dire niente? Mah, veramente, sono io quella che non ha parole, mica te."
    E allora ho detto a mio fratello di fargli quella domanda lo stesso, visto che lui era più vicino. La domanda era: "Cosa nei pensi dei fan che ti odiano e di quelli che ti amano?". E lui ha risposto (in maniera scazzata): "Bè, i fan che mi odiano non sono fan". Questo dice tutto. Poi è arrivato il suo bodyguard, il manager della sua casa discografica, che ci ha detto che non si potevano fare delle interviste, come per tapparci la bocca perché stavamo infastidendo la sua star. Oh, cristo, poveretto. Lo stavamo infastidendo.

    Quello che in sostanza volevamo dire con la nostra domanda era che ci sono alcune persone che hanno apprezzato i suoi primi lavori, soprattutto la sua prima demo, ma poi non hanno apprezzato per niente il suo ultimo lavoro, apparentemente uguale ma profondamente diverso, che solo un venduto avrebbe potuto fare. Brondi probabilmente aveva capito cosa volevamo dire ma ha fatto finta di non capire, perché non voleva essere criticato o dimostrare a se stesso e agli altri che c'era qualcuno che lo criticava.
    E allora io lo scrivo qui, sperando che qualcuno lo legga, compreso il Brondi così tanto acclamato ma ancora di più criticato:
    Che ti piaccia o no, Brondi, sei odiato dalla gran parte degli ascoltatori e se è così un motivo ci sarà, devi fartene una ragione. Ti consiglio anche di farti un bell'esame di coscienza perché rispondere alle domande di chi ti ascolta (anche se non è tuo fan) è un dovere tuo come persona, prima ancora che come artista che non sei e mai sarai. Sei lontano anni luce anche solo al Giorgio Canali che ti ha allevato, sappilo. Per diventare un artista devi prima di tutto scendere sulla terra e abbassare la cresta, perché non sei nessuno, se non un raccomandato. Raccomandato da chi ti ha allevato, naturalmente. Probabilmente eri uno dei tanti ragazzi italiani che non sono riusciti nello studio e si sono buttati nella musica per ottenere un po' di successo. Successo che hai sfuttato da qualcun altro per te stesso e che hai ottenuto nonostante tu non abbia talento, facendo in modo che gli altri credano che tu ce l'abbia. Tu critichi chi ha successo, chi è ricco, chi è famoso e poi sei il primo che vuole raggiungere questo status quo. Alla fine sei riuscito ad ottenerlo (talmente tanto che ne sei stato accecato e che quello che dici nelle tue canzoni non rispecchia più la tua personalità), ma non per la tua bravura, quanto per la tua capacità ingannevole. Sei falso, ma non tutti l'hanno ancora capito. Purtroppo, l'apparenza inganna, e inganna sempre. Sei un personaggio costruito e costruito bene per un certo tipo pubblico: quello delle adolescenti e dei falliti, dei disillusi e degli illusi, che hanno due prosciutti davanti agli occhi e due tappi nelle orecchie. Sappi che una come me non fa parte di questa schiera ma di quella opposta, per tua fortuna ma più che altro per fortuna mia. Per cui ti dico addio, fottiti ma non aspettarmi. Mi auguro che chi non abbia ancora aperto gli occhi li aprirà presto, perché non è mai troppo tardi per cambiare idea.


    Emozioni? Zero. Fastidi e irritazioni? Mille.
    E come se non sbastasse, sono uscita da lì che provavo un odio verso Brondi ancora più grande di quello che provavo prima, facendomi più schifo che mai.
    Ora posso dirlo: la mmerda più totale.

    Queste le parole di mio fratello, che posto qui perché le condivido in pieno:
    Brondi finge, è bravo, molto bravo a farlo ma finge. Oggi ho visto un suo concerto e sono rimasto basito del fatto che non ha voluto (né per voglia né per capacità, probabilmente) rispondere a due ragazzi che hanno ASCOLTATO le sue canzoni, e da esse si sono posti delle domande. Nulla da eccepire dalla performance, ma dal suo essere uomo che delude le normali aspettative di due persone che cercano un confronto critico e sincero, invece di fare dell'ascolto passivo. I baci delle ragazze, però, se li è presi tutti. Una contraddizione vivente, visto che sputtana tutti e tutto, e dopo 2-3 minuti parla allegramente con coloro che ha sputtanato. Si crede un dio sceso in terra, ma è ben lungi dall'essere apprezzato da chi di musica ne ascolta davvero. Fosse stato vero, e non finto come ha dimostrato, lo avrei stimato. E' un personaggio ben studiato, e il successo gli ha dato alla testa....

    Un concerto, insomma, che mi ha lasciato amaro in bocca e tanta, tanta delusione ma che mi ha fatto aprire gli occhi e mi ha mostrato la retta via. Cosa che auguro anche a voi, che lo ascoltate e idolatrate. La colpa è anche vostra se è diventato peggio di quello che era già, sappiatelo. Vi consiglio di assistere ad una sua performance live per svegliarvi dai vostri sogni e dalle vostre illusioni. Fatemi anche un altro favore: piantatela di paragonarlo al grande Rino Gaetano perché non ci assomiglia nemmeno lontanamente.
    E vediamo di smetterla.



    Ps: Altre foto, migliori delle mie, potete trovarle qui.



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  • Ministri: dal vivo sono tutta un'altra storia.

    Abr 20 2011, 13h39

    Ven 11 Feb – Ministri

    L'ultima volta che sono andata all'Onirica di Parma è stato per il concerto dei Ministri, l'11/02/2011.



    Questo forse è stato uno di quei pochi casi in cui mi è capitato che un gruppo musicale riuscisse a superare le mie aspettative sia perché la performance live è stata di gran lunga migliore rispetto alla versione digitale sia perché non solo è stata migliore ma letteralmente inaspettata. Sinceramente non so se tutto ciò sia stato positivo o negativo, fatto sta che sono arrivata alla conclusione (dopo due mesi di finta meditazione) che i Ministri li preferisco decisamente live che su cd.

    Sul palco erano in quattro invece che in tre: sulla sinistra il chitarrista/cantante (nonché scrittore dei testi delle canzoni) Federico Dragogna; al centro il cantante/bassista Davide Autelitano; a destra il chitarrista/tastierista F Punto e in fondo al centro il batterista Michele Esposito.



    Hanno eseguito sia tracce nuove che tracce vecchie, tra cui (se cliccate sul titolo potete vedere il video su YouTube della rispettiva canzone cantata dai Ministri live proprio al concerto nell'Onirica di Parma):
    Il Sole (è importante che non ci sia), Tempi Bui, Bevo, Noi Fuori, Un miracolo, Il Bel Canto, Diritto al Tetto, Tutta Roba Nostra, Gli Alberi, La Faccia di Briatore, Una questione politica, La Televisione (ghost track), Non mi conviene puntare in alto, Due dita nel cuore, Mangio la terra, La petroliera, Che cosa ti manca, Meglio se non lo sai, Fari Spenti, Abituarsi alla fine.




    Il Sole (è importante che non ci sia), la prima canzone che hanno eseguito.



    Quella sera al concerto ho potuto riscontrare alcune delle differenze sostanziali rispetto ai cd che mi hanno fatto pensare per un attimo che quelli che c'erano sul palco fossero addirittura un altro gruppo: la voce di Davide Autelitano, così stabile e limpida sul digitale, dal vivo era rauca, grintosa, urlata e anche in alcuni casi stonata; quasi tutti i cantanti hanno manie di protagonismo, ma lui è un esibizionista nato: ha spaccato una corda del basso credendo di essere il nuovo Kurt Cobain dei giorni nostri (cosa che mi ha letteralmente irritato), si è buttato sul pubblico, si è fatto trasportare dalle braccia dei fan (come un divo) ed è addirittura salito sopra il bancone del bar; il chitarrista Federico Dragogna è veramente bravo, suona la chitarra senza nemmeno guardare il manico e le sue dita e facendo degli accordi assurdi; inoltre, è la prima volta che guardando un chitarrista ho avuto la sensazione che stesse facendo sesso (sì, proprio quello) in tempo reale: è stato come guardare per due ore di fila lui che era in estasi totale insieme alla sua ragazza: la sua chitarra; il batterista non mi è piaciuto per niente (ha regalato le sue bacchette a fine serata e ho visto che erano pure tutte rotte, non ne dubitavo affatto) e l'altro chitarrista era alquanto trasparente e solo a sprazzi ricompariva sulla scena, ma senza lasciare tracce evidenti.



    Devo ammettere che ho sempre avuto un odio nei confronti dei Ministri e gruppi simili, quali Tre Allegri Ragazzi Morti, Uochi Toki, A Toys Orchestra ecc.., insomma, quel genere recente ed emergente tra l'indie rock e l'alternative dell'Italia di oggi. In particolare, però, i Ministri li ho sempre ritenuti uno dei gruppi più peggiori tra i peggiori gruppi che ci sono in circolazione. Penso che potrebbero benissimo avere il titolo di maestri della scopiazzatura: hanno copiato in certi casi i Tre Allegri Ragazzi Morti, in altri i Coldplay e in altri ancora Vasco Brondi (soprattutto per i testi); e ancora, si sono ispirati ai Muse, ai Q.O.T.S.A. e agli Arcade Fire in altri casi più specifici. Inoltre, hanno sempre avuto fin dall'inizio il titolo di re della sfacciataggine: non gli è mai mancata fin dagli esordi quell'aria di superiorità, tipica di tutti quei gruppetti emergenti della scena italiana recente, già montati prima ancora di iniziare a produrre dischi e senza un briciolo di autocritica e autocoscienza: l'abbigliamento in stile napoleonico (scaduto, scontato e vecchio) ne è sempre stata la prova. E poi devo aggiungere che ho sempre trovato un po' forzati (non insinceri, ma spinti sì) quella loro necessità di attualizzazione e quel loro modo di schierarsi politicamente, perché mi sono sempre sembrati scarsi di protesta ma ricchi di conformismo.



    E' logico che un gruppo così mi abbia sempre provocato un alto tasso di irritabilità al solo ascolto ed è per questo che ero sicura che al concerto mi avrebbero fatto più che schifo. Invece, sono rimasta sorpresa (non solo di loro, ma pure di me stessa) perché mi sono sufficientemente piaciuti (non mi hanno fatto impazzire, ma sono riusciti ad alzare la percentuale di gradimento che avevo sempre avuto nei loro confronti, e se prima era del 15 %, ora è del 30 %).
    Quello che ha influito sulla mia percentuale è stato un fattore decisamente importante, soprattutto quando si parla di concerti: l'esibizione sul palco e la loro grande capacità di condizionare, ammaliare ed emozionare il pubblico.


    Il Bel Canto (Davide Autelitano in mezzo al pubblico), una delle ultime eseguite.

    Quando il pubblico (che occupa il locale fino all'orlo), composto da ragazzi e ragazze (e quindi da entrambi i sessi), è così preponderante, scalpitante, sgomitante e incontentabile fino alla fine e vuole sentire la voce del cantante per cantare a squarciagola le canzoni insieme a lui, producendo un effetto di risonanza maggiore rispetto a un normale concerto, allora vuol dire che quel concerto in questione ha avuto una marcia in più rispetto ad altri e credo che il merito in questo caso vada ai Ministri. E' come se l'anima di questo ex trio e attuale rombo/quadrato milanese si completi solo nei concerti e nel rapporto col sudatissimo e instancabile pubblico.



    Quello che amo dei concerti dal vivo è proprio questo: riscoprire un qualcosa di nuovo che all'apparenza era nascosto e non si riusciva a vedere e, una volta emerso, analizzarlo sotto diversi punti di vista (e, soprattutto, scomporlo in base alle proprie sensazioni personali).

    E queste sì che son soddisfazioni.



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  • La Fame di Camilla: né divora né scintilla.

    Mar 3 2011, 18h31

    Ven 4 Feb – La Fame di Camilla

    E' passato del tempo pure dal concerto della Fame di Camilla del 4 febbraio all'Onirica di Parma.
    Questa volta, oltre al fatto che avevo già la tessera, sono andata lì principalmente per la curiosità di vedere e sentire la performance live di un gruppo indie pop che è stato al Festival di Sanremo 2010 (un festival che con gli anni è andato sempre più a scadere e che ogni anno che passa decade sempre più), per poter constatare coi miei stessi occhi e le mie stesse orecchie quanto il loro successo fosse veramente meritato o altamente sopravvalutato, come la maggior parte dei gruppi della nuova generazione.
    A differenza degli A Toys Orchestra, La Fame di Camilla sono un gruppo che avevo già ascoltato prima di andare al loro concerto.
    Il loro sound neomelodico con qualche parte rockeggiante non mi è mai piaciuto, penso che sia banale e scontato nonché di bassa qualità.
    Quello che si può salvare, a sprazzi, sono invece i testi di alcune canzoni, anche se penso che per certi versi (per alcune parole utilizzate) siano la bruttacopia di quelli di Samuel dei Subsonica. E se i testi mi ricordano quelli di Samuel dei Subsonica, la voce mi ricorda quella Giuliano Sangiorgi, il cantante e leader dei Negramaro. Penso che tra i Subsonica e i Negramaro ci sia un abisso e ho sempre preferito i primi ai secondi, ma questa è tutta un'altra storia.


    Sul palco erano in 3 invece che in 4 (che, detto dal cantante, sembrava componessero un triangolo e non un rombo, come è loro solito fare): Ermal Meta alla voce, chitarra, piano e campionamenti; Dino Rubini al basso; Lele Diana alla batteria e al synth; mancava il chitarrista Giovanni Colatorti perché, come ha spiegato il cantante, era caduto dalle scale e non era potuto venire.



    Hanno eseguito molte canzoni dell'ultimo album Buio e Luce, ma anche altre dell'album omonimo: Globuli, Come il sole a mezzanotte, Quello di cui non parli mai, Buio e Luce (quella che han presentato al Festival di Sanremo), Il mostro, No doren Tende, Storia di una favola, 28-03-1997 (scaletta in ordine non cronologico ma casuale).
    Quest'ultimo brano è quello che credo sia l'unico decente e apprezzabile sul serio (anche se Il mostro e Storia di una favola sono due canzoni da tenere sicuramente in considerazione), sia per le parole sia per il fatto che è ispirato a una storia vera: l'affondamento (proprio nella data che porta il titolo della canzone) di una delle navi che trasportava centinaia di profughi albanesi che, per fuggire dalla guerra civile, hanno cercato di approdare sulle coste italiane e che invece di salvarsi sono morti proprio sulla via che portava alla salvezza, senza che nessuno gli porgesse una mano d'aiuto. Credo che ricordare questa macchia di dolore sia stato l'omaggio più sincero che Ermal potesse fare al suo paese.

    Per chi non lo sapesse, infatti, il gruppo proviene da Bari ma in realtà ha delle forti origini albanesi (visto che il cantante è albanese), quindi penso che sia più corretto dire che La Fame di Camilla è un gruppo italo-albanese, più che italiano e basta. Le tracce di questa contaminazione culturale sono evidenti soprattutto nella canzone (l'unica col testo in albanese) No doren tende, che in italiano significa "sul palmo della tua mano", un canto d’amore sussurrato come fosse una preghiera a luci spente, ampiamente ispirato ai canti popolari albanesi.
    Quello che sono riuscita ad apprezzare al concerto è stata la perfetta pronuncia in italiano del cantante (che tra l'altro scrive pure i testi), che se non avessi saputo prima della sua origine albanese, probabilmente l'avrei scambiato per un mio connazionale. Questo dimostra che non esistono barriere tra una cultura e un'altra, che la musica va al di là del colore della pelle e che a volte gli stranieri sembrano più italiani degli italiani stessi.



    Quello che invece non sono riuscita ad apprezzare è stata la sensazione che mi hanno trasmesso: sembrava fossero stati costretti ad esibirsi nonostante non volessero. Penso che suonare controvoglia sia sempre controproducente, pure per i più esperti del mestiere. Senza alcun dubbio il fatto che non ci fosse il chitarrista ha decisamente influito sulla performance del gruppo e la sua mancanza si è fatta chiaramente sentire, sia dal punto di vista emotivo sia dal punto di vista tecnico/strumentale: c'era qualche imprecisione alla chitarra (suonata dal cantante) e qualche imperfezione complessiva a livello sonoro; forse l'unica sonorità che rispecchiava quella originale dei cd era quella vocale. Invece che affamati (come mi aspettavo che fossero quella sera, visto il nome), li ho visti più che altro affannati.
    Questa mia sensazione che loro abbiano suonato controvoglia è dimostrata dal fatto che, a differenza degli A Toys Orchestra, che avevano fatto un bis che sembrava quasi più lungo del resto del concerto, non hanno proprio fatto alcun bis, e penso che la mancanza quella sera di un membro all'interno del gruppo abbia inciso su questa loro decisione. Inoltre, sempre diversamente dagli A Toys Orchestra, non hanno venduto alcun cd o gadgets discografico e non hanno fatto nessuna pubblicità speculativa sul loro gruppo, e questa però è chiaramente una cosa che ho apprezzato.



    C'è però un'altra cosa che non ho apprezzato ed è stata il fatto che mi hanno dato l'impressione di essere un gruppo ben costruito per un pubblico ben preciso: quello delle 13enni con gli ormoni a duemila. E non lo dico tanto per dire eh.
    Al concerto si può dire che eravamo in quattro gatti (e questa cosa un po' mi ha stupita perché mi aspettavo ci fosse più gente) ma, nonostante non ci fosse quasi nessuno, sembrava che il locale fosse pieno perché c'erano delle ragazzine che saltellavano a destra e a manca e urlavano a squarciagola (e giuro che non so come non gli siano partite del tutto le corde vocali) "Ermal sei bellissimo", "uaooooooo", "Ermaaaaaaaaaaaal" e frasi simili a queste, tanto che sembrava emettessero certi schiamazzi di gran lunga peggiori a quelli che fanno le galline in calore. Una cosa questa che mi ha alquanto irritata: giuro che avrei tanto voluto darle un colpo in testa a tutte e tre, in modo da zittirle e stenderle per terra una volta per tutte, ma purtroppo (per me) mi sono frenata. (perdonate il mio cambio di registro linguistico)
    D'altronde, quando si va ai concerti, c'è sempre lo zampino degli altri spettatori che incide sull'opinione della serata e molto spesso la rovina: a volte capitano quelli che non smettono di baciarsi con la lingua proprio di fronte a te, altre volte capitano quelli che fanno continuamente delle foto occupandoti tutta la visuale, altre volte ancora capitano quelli che si mettono a ballare o saltellare come dei matti facendoti venire il mal di mare e poi ci sono quelle volte (tipo questa) in cui capitano quelli (o meglio quelle) che si mettono a urlare e quel poveretto (o meglio, quella poveretta come me), che non avrebbe mai voluto sentire certi guaiti vaginali, deve trattenere il vomito o lo sclero, ecco.



    Nonostante tutto, anche se ci sono dei fan che esagerano fin troppo, La Fame di Camilla è un gruppo mediocre che non fa di certo impazzire ma che può essere apprezzato per il fatto che, seppure sia già stato a Sanremo e abbia ottenuto lo slancio commerciale, non si è ancora (e sottolineo ancora) montato la testa, a differenza di altri gruppi che ci sono oggi sulla scena italiana e che se la tirano. Ma questa è tutta un'altra storia.




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  • ...A Toys Orchestra: forse è meglio la minestra...

    Fev 26 2011, 14h46

    Ven 28 Gen – A Toys Orchestra

    Ho passato quasi un mese ormai a pensare a che cosa avrei potuto scrivere riguardo al concerto degli A Toys Orchestra che c'è stato il 28 gennaio all'Onirica di Parma. E questo non perché non sapevo cosa scrivere ma perché non volevo scrivere la mia prima contro-recensione (non so se esiste come termine), cioè una recensione che parte da una mia (negativa) convinzione personale sul gruppo in questione e che, invece di sublimarlo, lo sotterra in profondità. Ma poi mi sono detta: da quando una recensione deve essere per forza positiva? Così mi sono fatta coraggio e ho abbozzato, controvoglia lo ammetto, quello che poi c'è scritto qui. Quindi, sappiate che è una recensione scritta da una persona tutt'altro che fanatica di questo gruppo e genere musicale. Quello che voglio aggiungere, prima di concludere questa breve introduzione, è che è stata la recensione più faticosa che abbia mai scritto in vita mia (e credo che me la sognerò pure di notte, ormai).

    Sono sincera, prima di andare a questo concerto non li avevo mai ascoltati seriamente (ma giuro che ho ascoltato i loro cd e mi sono documentata a dovere prima di scrivere questa recensione); avevo solo visto qualche loro video su youtube, ma non mi avevano mai attratto né entusiasmato particolarmente, anzi, mi avevano fatto l'effetto contrario fin da subito.
    Allora, vi chiederete: "perché sei andata al loro concerto se non ti sono mai piaciuti?". Una domanda intelligente che non può non essere accettata e condivisa. Purtroppo, posso dare solo una risposta (vera ma piuttosto infelice a mio parere, perché è quella che non avrei mai voluto scrivere né leggere da nessuna parte e in nessun caso): sono andata a sentirli perché ho approfittato del fatto che avevo già la tessera del locale (acquistata per il concerto degli T.S.O.L.) e quindi non l'avrei dovuta ripagare. Ma non esistono concerti peggiori di quelli a cui si va senza così tanta voglia e con il pensiero che si possano risparmiare dei soldi. Ho sbagliato, ma d'altronde sono un essere umano pure io e quindi di errori ne commetto, fin troppi anzi.

    Sono molte le cose che non mi sono piaciute di questo concerto (e spero non si offenda nessuno per le cose che ci sono scritte qui, perché sono tutte mie opinioni personali, condivisibili o meno, relative e non assolute).
    Innanzitutto, non ero mai stata ad un concerto indie prima di quella sera e credo di aver immaginato quel mondo così lontano da me solo nei sogni in fase REM (o meglio, negli incubi). Incubi che si sono rivelati realtà, purtroppo. E vi prego, non venitemi a dire (come ha poi detto il cantante Enzo Moretto) che gli A Toys Orchestra non sono un gruppo che fa indie eh, dato che lavorano per un'etichetta indie (la Urtovox records).
    Giuro che ho visto tante mode negli anni trascorsi, ma questa qui vi assicuro che è capace di battere quasi tutti i record di merdaggine (passatemi il termine su): oltre ad essere priva di originalità, è priva di personalità. Quasi tutte le persone che erano presenti al concerto sembravano identiche le une con le altre, senza alcuna differenza; anzi, alcuni sembravano gemelli siamesi per quanto si assomigliassero. Una persona indie si riconosce a vista d'occhio (non sto scherzando, fateci caso): si veste in maniera più normale possibile, magari con colori accesi (anzi, più accesi sono e meglio è), e vuole attirare l'attenzione, cercando di dare un tocco personale (tutt'altro che originale) al proprio (copiato) stile. Sinceramente non so a cosa assomigli di più, fatto sta che questo genere di individuo è un misto tra il truzzo/tamarro medio e l'alternativo con gli occhiali della ray-ban. La cosa peggiore, comunque, è che crede veramente di essere originale, e scusatemi ma io certe cose non le posso sopportare. Sono fortemente critica nei confronti di tutti quelli che seguono le mode (pensando di essere originali) e non solo di questa, per cui non offendetevi più di tanto.

    Comunque, tralasciando questa descrizione estetica e superficiale, voglio soffermarmi più seriamente sulla performance del gruppo campano.
    Non posso negare che il loro concerto mi abbia fatto schifo dall'inizio alla fine (senza alti e tanti bassi).
    Hanno iniziato a suonare verso le 23:30/mezzanotte, dopo che un paio di gruppi spalla (praticamente identici ai Coldplay) hanno aperto la serata. Quindi, diciamo che la mia intolleranza era nata già prima che iniziassero a suonare gli A toys Orchestra, anche se la colpa principale non è dei gruppi spalla, sia chiaro.
    Prima di iniziare a suonare, quando stavano sistemando la strumentazione, ho notato che avevano un proprio staff e questa è una cosa che mi ha già fatto irritare perché ho sempre odiato quei musicisti che non si sistemano o montano la strumentazione da soli ma fanno fare il lavoro sporco (che poi sporco non è, anzi) agli altri, perché penso che sia un atteggiamento di superiorità e da un gruppo così alle prime armi non me lo sarei mai aspettato.

    Sul palco erano in cinque: il cantante/chitarrista/tastierista Enzo Moretto (con la cuffia rigata grigia e nera); Raffaele Benevento al basso, alla chitarra e anche alla voce; Ilaria D'Angelis al synth, al basso, alla chitarra e qualche volta alla voce e al piano; Fausto Ferrara al synth, al piano e alle sequenze; Andrea Perillo alla batteria.



    Hanno eseguito pezzi dell'album Technicolor Dreams così come pezzi dell'ultimo album, Midnight Talks:
    Invisible, Cornice dance, Mrs Macabrette, Letter to Myself, Amnesy International, Santa Barbara, Technicolor Dream, Panick Attack # 3, Sunny days, Red alert, Mystical mystake, The day of the bluff, Celentano, Plastic romance, Plastic romance - part two, Pills of my bill, Frankie Pyroman, Look in your eyes e Summer (sicuramente ne ho dimenticato qualcuno).

    Quello che posso dire oggettivamente è che han suonato abbastanza bene: non c'è stato nessun disguido tecnico/sonoro e nessuna stonatura nelle parti cantate. L'unica pecca è che a mio parere è stata una performance virtuosistica (e noiosissima quindi), dove sembrava che suonassero solo per ostentare la loro "bravura".
    Visto che le foto non mi sono venute un granché, lascio due video della loro performance per tutti i loro fan che, a differenza mia, sarebbero voluti essere lì, a vederli e sentirli dal vivo:



    La cosa più intessante dei concerti è che, oltre a poter verificare se un artista sia veramente valido dal punto di vista tecnico e strumentale (e non sia tutta apparenza che inganna quella che c'è sul cd), permette di notare delle cose che da casa col solo ascolto del cd non si riuscirebbero nemmeno a capire. Per esempio, quello che mi è balzato subito all'occhio durante il concerto degli A Toys Orchestra è stata l'elasticità musicale dei componenti: ognuno di loro si scambiava gli strumenti a vicenda durante una canzone o nell'intervallo tra un pezzo e un altro pezzo, sconvolgendo i loro ruoli. Questa loro versatilità musicale, oggettivamente riscontrabile, è l'unica cosa positiva che ho potuto apprezzare di questo gruppo (e che credo abbia apprezzato pure il resto del pubblico). Pare, però, che tutti possano e sappiano fare tutto (e sottolineo la parola "pare"), ma in realtà non è così: pure l'orecchio meno attento può infatti notare che i giri di basso sono molto facili e simili tra una canzone e l'altra, così come gli accordi di chitarra o le parti di tastiera.
    E poi quasi tutte sono delle melodie orecchiabili, ma banali e ripetitive, che attingono dalle sonorità del passato e sono state rivisitate da sintetizzatori e distorsioni: Plastic romance sembra una di quelle marce alla Beatles, così come Red alert sembra una di quelle canzoni à la Belle And Sebastian; altre ricordano gruppi come Pink Floyd, Queen, Coldplay e artisti come David Bowie.
    Melodie che vogliono riprodurre un'atmosfera più romantica possibile. Per un attimo, infatti, ho creduto di essere in una di quelle feste del liceo (di fine anno) che si vedono sempre nei telefilm americani, in cui tutte le coppie formate da un uomo e una donna si mettono a ballare e a sbaciucchiarsi a ritmo di la, fa e sol.



    L'altro aspetto oggettivamente riscontrabile del gruppo, infatti, oltre alla versatilità musicale, è l'influenza musicale chiaramente di matrice inglese, sia per le sonorità che per i testi. Un aspetto che fin dal primo ascolto mi ha lasciato un po' sconcertata, visto che i testi (come Amnesy International e Be4 i walk away) sono un po' fini a se stessi.
    Quello che non ho mai capito, generalmente parlando, è come mai un gruppo non canti con la lingua della propria madre patria, e la cosa mi irrita particolarmente quando il gruppo in questione è un gruppo italiano che canta in ingese. Secondo me, è un modo pretenzioso che un gruppo ha per potersi internazionalizzare (cantando in inglese) e per poter nascondere le proprie idee agli altri. Credo che la lingua italiana sia una delle lingue più belle che ci siano a questo mondo e non vedo perché non la si debba considerare come è giusto che sia.



    Detto ciò, credo che questo sia stato il concerto più noioso che io abbia mai visto: non vedevo l'ora che finisse (e questa è una cosa veramente grave se mi capita ai concerti). E a proposito di fine: hanno veramente tirato fin troppo per le lunghe durante il bis (durato all'incirca 40 minuti, o forse qualcosa di più). Un bis che non mi è sembrato poi così voluto dal pubblico (visto che nessuno aveva applaudito o li aveva chiamati fuori per tornare a suonare) ma più che altro calcolato fin dall'inizio e finto, di quelli che si fanno tanto perché fanno scena e fanno parte dell'"usanza" concertistica.
    Un concerto infinito con una conclusione strumentale, lunghissima e devastante (nel vero senso della parola).
    Quando poi hanno finalmente finito di suonare, il cantante ha fatto l'ennesima pubblicità alle loro magliétte e alle loro spillétte (pronunciando proprio con la e aperta). E qui voglio aprire un'ultima parentesi personale (se me la concedete): la pubblicità ai cd l'accetto, mi sembra lecita; quella alle magliétte e alle spillétte però non la voglio proprio sentire perché la speculazione musicale (commerciale) credo che sia la cosa peggiore che un musicista possa fare. La musica si ascolta con le orecchie (e pure con il cuore), non si indossa e non si mostra.



    Credo che gli A Toys Orchestra siano uno di quei gruppi indie italiani dell'utima generazione altamente sopravvalutati, non ci sono storie. Innovativi non sono, commerciali lo diventeranno sicuramente presto. Poi mi darete ragione quando si monteranno la testa fra un paio di anni (o forse anche meno).
    E se devo dirla proprio tutta, questo è stato uno di quei concerti di cui voglio assolutamente dimenticare tutto, dalla A alla Z.

    Ah, un'ultima cosa: posso darvi un consiglio? Non andate mai a sentire un concerto solo perché avete già la tessera del locale, MAI.



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  • T.S.O.L.: punk is dead, right?

    Fev 8 2011, 23h49

    Gio 20 Gen – T.S.O.L., Black Dog, Odatto Chernobil

    Sono passate due settimane da quando sono stata al concerto degli T.S.O.L. all'Onirica di Parma (giovedì 20 gennaio 2011).
    Devo ammettere che, nonostante siano passati dei giorni, la mia opinione sul concerto è rimasta sempre la stessa, sintetizzabile con una parola sola: deludente.
    Mi aspettavo un concerto spettacolare proprio perché suonava uno dei gruppi che ha fatto la storia dell'hardcore punk americano e invece, purtroppo, non è stato così.



    Premetto che io degli T.S.O.L. ho sempre amato i due primi EP e i primi due album e mi son fermata agli anni '80, per cui le cose più recenti non le ho mai ascoltate. E premetto anche che la mia opinione così negativa potrebbe essere stata condizionata dall'ascolto dei gruppi spalla locali che si sono esibiti prima di loro e che mi han rovinato l'esistenza (ancora non posso credere che esistano dei gruppi così orrendi, mi dispiace dirlo).
    Comunque, al di là dei miei gusti personali e dei gruppi spalla decisamente pessimi, credo che gli T.S.O.L. non siano stati tutto questo granché.

    Hanno iniziato a suonare a mezzanotte.
    In quattro sul palco: il cantante Jack Grisham, il chitarrista Ron Emory, il bassista Mike Roche e il batterista Tiny Bubz, tutti vestiti normalissimi, con giacca e maglietta sotto o con maglietta a maniche corte a tinta unita.



    Quando si va a vedere un concerto non dico punk (perché il punk non esiste più, ormai) ma di un gruppo che ha fatto la storia del punk, è scontato che tra una canzone e l'altra ci siano persone che si mettano a pogare (come quando per esempio ero andata a sentire i Misfits nel 2007).
    Mi aspettavo di vedere gente pogare così come mi aspettavo di vedere gente vestita con la cresta, le borchie e la giacca di pelle.
    Mi dispiace ma sono fortemente intollerante di fronte a certe tristi mode, per cui sarò molto critica al riguardo.
    La cosa grave, secondo me, è che le persone che pogavano o erano vestite tutte in questo modo avevano circa 20 anni, per cui, se la matematica non è un'opinione, nel '77 (e nemmeno nell'81 quando è uscito il primo EP degli T.S.O.L.) non erano nemmeno nate.
    Quello che resta di quell'epoca ormai è solo una brutta copia e tutto ciò mi fa venire il voltastomaco.
    E poi io dico: se non si vestono nemmeno loro "punk" che potrebbero permetterselo volendo, visto che il punk l'hanno vissuto eccome, perché devono farlo dei ragazzini che sanno a malapena che cos'è? E perché c'è della gente ostinata che non lo capisce? Perché?
    Io se fossi stata nei loro panni, mi sarei sentita un po' offesa nel vedere certe persone conciate in quel modo. E mi ha fatto piacere sentire pronunciare le stesse mie idee da Jack Grisham, che ha definito quei ragazzini "fin troppo carini", in tono ironico ovviamente. Quello è stato uno dei pochi momenti che ho apprezzato durante tutto il concerto.



    Comunque, lasciando perdere le sfumature un po' troppo colorate che hanno fatto da sfondo alla serata, gli T.S.O.L. han cercato di esibirsi come meglio potevano. Bisogna dire che son passati più di 30 anni e che ormai l'età si fa sentire; infatti, il batterista alla fine di ogni canzone doveva riposarsi due minuti e quindi costringeva il cantante (ovviamente incazzato) a parlare col pubblico. Che diceva? Bè, quello che ho capito è che odiava Parma perché c'era troppo freddo e che piuttosto che essere lì avrebbe preferito di gran lunga essere in California a godersi il caldo. Poi, ha detto che siamo tutti schiavi del governo (e su questo non ho potuto non dargli ragione), però detto da uno che si è candidato in politica mi è suonato un po' strano.
    Ammetto che molte canzoni che han fatto non le conoscevo (sicuramente tutte appartenenti al nuovo CD) e poche sono quelle che ho apprezzato veramente (soprattutto quelle finali). Dal punto di vista dell'esibizione artistica devo dire che li ho visti un po' zoppicanti, ma sicuramente ancora carichi e grintosi, anzi fin troppo secondo me (soprattutto il cantante, che saltava in aria e non me l'aspettavo ancora così entusiasta, soprattutto di questi tempi).




    E' stato un concerto con pochi momenti interessanti, ma, nel bene o nel male, indimenticabile.



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  • Perturbazione: il bello della diretta!

    Jan 16 2011, 0h28

    Gio 13 Gen – Perturbazione

    Sono rimasta veramente soddisfatta di essere andata al loro concerto il 13 gennaio a Milano, alla Fondazione Pomodoro. Anzi, devo proprio dire che è stato uno di quei concerti che ha superato ogni mia aspettativa (e non mi capita spesso), e credo che abbia superato pure le aspettative degli altri che erano lì come me.
    Quello che può capitare di vedere o ascoltare nei concerti è qualcosa di irripetibile. E quando dico irripetibile intendo dire proprio eccezionale, senza eguali.

    Innanzitutto, il luogo in cui hanno suonato era veramente particolare: un'esposizione temporanea e permanente di opere d'arte contemporanee. Il palco era stato montato in modo tale che sullo sfondo ci fosse l'opera in cui era raffigurata la mappa geografica mondiale a testa in giù.
    Quello che i Perturbazione volevano fare, come poi ha specificato il cantante Tommaso Cerasuolo durante il concerto, era cercare di contaminare l'arte sonora con quella visiva. Se non mi ricordo male, le sue parole son state queste:

    Può sembrare strano ma possono esserci molte affinità tra una scultura di un uomo che porta in spalla un tetto e la scatola da pacchi che imballa un cd appena stampato e pronto per essere venduto.
    Un'altra particolarità del posto era la struttura dell'edificio. Il pubblico poteva seguire il concerto dal piano terra, seduto per terra a gambe incrociare davanti al palco, oppure dai piani più alti (primo, secondo, terzo, quarto), in piedi appoggiato alla balaustra dei balconcini.
    Io ho preferito vederlo dal primo piano perché la visuale era migliore e si riuscivano a vedere tutti i componenti della band torinese.



    Dopo un'ora di attesa passata ad ammirare tutte le opere, alle ore 22 è finalmente iniziato il concerto.
    In sei sul palco: sulla destra dietro in seconda fila c'era la violoncellista Elena Diana, poi a seguire al centro il bassista Alex Baracco e a sinistra il batterista Rossano Antonio Lo Mele; in prima fila, invece, sempre da sinistra verso destra, il chitarrista (e seconda voce) Gigi Giancursi, il cantante Tommaso Cerasuolo e l'altro chitarrista Cristiano Lo Mele.

    Hanno iniziato con Esemplare, poi a seguire, in ordine cronologico, hanno eseguito Nel mio scrigno, Portami via di qua, sto male (cover dei Belle and Sebastian), Battiti per minuto, Il Palombaro, La rosa dei 20, Agosto, Mondo tempesta, Il senso della vite, Se mi scrivi, Vomito!, Un anno in più, Del nostro tempo rubato, Buongiorno buonafortuna, Primo, Cimiterotica. Poi, durante il bis, I complicati pretesti del come, Mao Zeitung! e Mi piacerebbe.



    La voce del cantante mi ha stupita perché era intonatissima ed è rimasta intonata pure quando credevo avesse stonato per la difficoltà del pezzo.Ma quello che più mi ha stupita è stata la partecipazione del pubblico che ha cantato insieme al cantante.
    Agosto, in particolare, mi ha fatto commuovere molto e non mi era mai successo prima d'ora, ascoltandola semplicemente con le cuffie dell'i-pod.



    Vedere Tommaso (il cantante) che gesticolava quando cantava mi ha fatto sorridere, invece. Non so, quando per esempio in Se mi scrivi ha pronunciato la frase "Mi sono innamorato di te, di te, di te, di te" e intanto ha indicato a caso tra il pubblico.
    Un'altra volta in cui ho sorriso, e ha sorriso tutto il pubblico presente, è stata quando mentre eseguivano Buongiorno buonafortuna al chitarrista Gigi Giancursi gli si è sganciata la cinghia della chitarra e la canzone è rimasta sospesa per circa 20 secondi, mentre il cantante e il pubblico cantavano il ritornello senza strumenti in sottofondo.
    E poi, infine, ho sorriso pure quando il cantante, mentre eseguivano l'ultima canzone Mi piacerebbe, ha tolto il microfono dall'asta e si è seduto in mezzo al pubblico per terra, come una persona normale, continuando a cantare come se nulla fosse successo.

    Questo è un gesto che ho molto apprezzato.


    Insomma, secondo me, è questo il bello di un concerto in diretta! Rimenere sorpresi sia per le piccole che per le grandi cose.

    Valeva la pena esserci.



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  • In chiaroscuro, in scurochiaro: Argine + Diaframma.

    Dez 19 2010, 1h00

    Mer 8 Dic – IN CHIAROSCURO FESTIVAL

    In Chiaroscuro Festival ha iniziato alla grande!

    L'8 dicembre scorso ho voluto trasgredire alla regola canonica dello "stare in casa per forza durante le feste" e sono andata al concerto degli Argine + Diaframma alla Casa del Jazz di Roma.



    Dopo 6 ore di treno siamo giunti a destinazione, anche se poi per trovare il luogo del concerto ne abbiamo impiegate altre due. Viale di porta Ardeatina (n°55), la via in cui si trova la Casa del Jazz, devo ammettere che è una strada alquanto labirintica (perfino per gli abitanti stessi del quartiere) e, soprattutto, lunghissima, visto che costeggia le mura aureliane. Il posto comunque è carino, c'è pure il ristorante (essenziale per chi viene da fuori e non sa che non c'è nulla da mangiare nelle vicinanze, nemmeno un bar) e pure il parco, in cui fare una passeggiata e riposarsi un po' dopo la lunga camminata nella via lunghissima che ho descritto prima.

    Il concerto, comunque, gratuito fino a esaurimento posti (130), è stato veramente piacevole.
    Entrambi i gruppi ho iniziato ad ascoltarli per la prima volta circa 4 anni fa, a 14 anni, ed è la prima volta che ho avuto l'occasione di vederli suonare dal vivo.

    Gli Argine, di origine napoletana, hanno aperto la serata con i loro suoni neofolk.



    La voce di Corrado Videtta era alquanto bassa, secondo me, ma coerente a quella dei cd. Il volume della batteria, invece, era troppo alto. Peccato. Ma quello che mi è dispiaciuto più di tutti è stato sentire la voce femminile in "Luctamina in Rebus": sicuramente diversa dall'originale e dall'inciso e letteralmente scadente, mi dispiace dirlo.
    Devo assolutamente spendere qualche parola positiva, invece, nei confronti del violinista, Alfredo Notarloberti, che durante la serata ha perfino suonato il pianoforte, la fisarmonica e il pianoforte con una mano e il violino con l'altra. Non so ancora come facesse, ma mi è sembrato poco umano (in senso buono dico). E' la vena più sperimentale del gruppo, quella più avant-garde. Mi ha letteralemente sconvolto il suo modo di suonare e il suo modo di produrre quei suoni, ognuno diverso dall'altro, con un semplice violino e con una facilità impressionante. Complimenti. Sfido chiunque era al concerto quella sera a dire di non essersi accorto di nulla, perché vuol dire che aveva la testa da un'altra parte.



    Hanno suonato alcune canzoni vecchie e altre nuove, del cd "Umori d'Autunno" (2010), di rara bellezza non solo nelle canzoni ma anche nella grafica e nella cura dei particolari.
    Per chi non lo conoscesse, il gruppo è particolare, bisognerebbe apprezzarlo in ogni suono e in ogni corda vocale del cantante. I testi sono molto significativi e, in un certo senso, anche denuncianti e laceranti. E' difficile non innamorarsene, ve lo garantisco. Vale la pena di ascoltarlo.

    Nella seconda parte del concerto hanno suonato i Diaframma di Federico Fiumani.
    Anche qui, il volume della voce era alquanto più basso rispetto alla batteria, ma quella di Fiumani si riusciva a sentire di più rispetto a quella di Videtta. E' inutile dire e discrivere la felicità che ho provato quella sera quando ho sentito la voce di Fiumani dal vivo, anche perché non riuscirei ad esprimerla perfettamente con le parole.
    Con loro l'atmosfera è cambiata, si è fatta più intima. E non credo sia stata solo una mia sensazione.
    Federico Fiumani, col suo ciuffo impeccabile e la sua Fender bianca tra le mani, era sulla sinistra del palco, vestito con una camicia grigio scura, un paio di pantaloni neri e delle scarpe marroni. Al centro c'era il bassista, Lorenzo Alderighi, di cui mi ricordo gli occhiali da vista. E infine, sulla destra, il batterista Lorenzo Moretto.



    Hanno eseguito brani storici, compresi quelli che "fanno piangere" (come ha detto Fiumani stesso), come Verde, Gennaio, Diamante grezzo, Vaiano, Fiore non sentirti sola, L'odore delle rose, Io sto con te (ma amo un'altra), Giovanna dice, La mia vita con una dea, Pioggia, Illusione ottica, Ultimo Boulevard, Tre volte lacrime, Labbra blu, Desiderio del nulla, Amsterdam, Un giorno balordo, Ridendo, Disagio, Sdoppiamento, Circuito Chiuso, Altrove, Mi sento un mostro, Palla di burro, Le alpi, Dura madre, Io amo lei, La mia tenera amica, Romantico, ecc... Sicuramente un vasto repertorio, che ha esaltato per la vitalità di Fiumani che, seppure abbia 50 anni, sembra ancora un giovincello; che ha creato l'effetto di tre volte lacrime in molti spettatori come me; che ha regalato un'atmosfera magica sospesa tra il passato e il presente, tra il ricordo e la dimenticanza, tra il pianto e la gioia.
    Per me i Diaframma sono e saranno (fino all'ultimo dei miei giorni) uno dei pochissimi gruppi cardine della musica italiana (nonostante siano nascosti bene e apprezzati dai più sensibili), che ascolto sempre volentieri e anzi, più li ascolto e più non posso fare a meno di ascoltare, come una droga.
    A proposito di droga, Fiumani durante il concerto ha fatto una sorta di confessione: non ha mai fatto uso di droghe. Sarà vero, sarà falso? Io credo che sia vero, per la genuinità dei suoi testi, la freschezza della sua parole e la lucidità della sua performance. A mio modesto parere, è uno dei pochi della scena italiana degli anni '80 a non sembrare una parodia dei tempi andati e ad essere ancora umile, nonostante la sua fama.



    Una serata magica, insomma, quella che ho trascorso l'8 dicembre. Un concerto veramente ma veramente bello, che mi rimarrà nel cuore per sempre.

    Complimenti comunque all'organizzatore del festival, il direttore artistico Guido Bellachioma.



    «Di solito esploro i "colori del suono" più accesi, quelli che vibrano al ritmo del rock e delle sue contaminazioni. Questa volta ho voluto cambiare direzione e lo spettro dei colori si tinge di chiaroscuro appunto "In Chiaroscuro", questo è il titolo che ho scelto per il festival che organizzerò a Roma dall’8 al 28 dicembre, ingresso libero sino ad esaurimento posti (le informazioni per ottenere i biglietti saranno presto in rete). Quattro serate con 6 gruppi tra emozioni eteree ma decise, musica neoclassica, folk, canzone d’autore e rock. Tra chiese, teatri e la Casa del Jazz. "In Chiaroscuro" è sicuramente tra i progetti più intriganti a cui ho mai lavorato, nato quasi per caso ma subito ricco di soddisfazioni sin dalla convulsa preparazione. Un grazie enorme va, prima di tutto, a Marina, "la mia signora della musica", quella che mi sopporta quando mi metto a sconvolgere i miei ritmi di vita per preparare queste storie di musica e vita al di fuori delle rotte consuete poi agli artisti che verranno a raccontare le loro storie infine a tutti quelli che vorranno ascoltarle. Percorsi sonori tra musica classica, canzone d’autore e rock. Quattro concerti per esplorare il pentagramma moderno e capire che i silenzi sono importanti quanto le note. Dove tutto è giocato sul contrasto, sull’alternanza di suono e silenzio, pieno e vuoto. Dove i colori non sono mai accesi e chiassosi, dove le composizioni sono raffinate e passionali al tempo stesso. Dove le luci giocano con le ombre, in chiaroscuro».

    In Chiaroscuro Festival:

    - 8 dicembre - Casa del Jazz: DIAFRAMMA + ARGINE.
    - 19 dicembre - Chiesa Anglicana San Paolo entro le mura: MARCO LO MUSCIO & STEFANO VICARELLI + OSPITI. "Concerto per organo a canne, pianoforte, organo Hammond, Moog, Fender Rhodes, tastiere elettroniche e voce".
    - 27 dicembre - Teatro Ghione: CORDE OBLIQUE + ASHRAM.
    - 28 dicembre - Teatro Ghione: Tra Faber e Gaber - Teatromusica con le composizioni di Fabrizio De André e Giorgio Gaber + monologhi originali.



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  • Garth Knox e Agnès Vesterman: quello che la musica può fare.

    Dez 18 2010, 13h37

    11/10 al Festival Traiettorie: Garth Knox / Agnès Vesterman.


    Garth Knox, viola.



    Agnès Vesterman, violoncello.



    Garth Knox ha presentato la serata facendo i complimenti a Martino Traversa e complimentandosi per il festival, secondo lui "il miglior festival di musica contemporanea che c'è in Italia".

    Hanno eseguito i seguenti pezzi alla Casa della Musica, nella seguente sala:

    piccola, ma con una buona acustica.


    - Akira Nishimura (1953)
    Sonata No. 1 "Whirl Dance" (2005)
    per viola, 5'

    - Giacinto Scelsi (1905-1988)
    Elegia per Ty (1958)
    per viola e violoncello, 8'

    - Garth Knox (1956)
    Viola Spaces [selezione]
    Nine fingers – Ghosts – Up, down, sideways, round (2007)
    trascrizione per viola e violoncello, 9'

    Nine fingers
    (pizzicato)


    Nine fingers
    (con violoncello)


    Ghosts
    (sul tasto)


    Up, down, sideways, round
    (bow directions)


    - Matthias Pintscher (1971)
    Janusgesicht (2001)
    per viola e violoncello, 10'


    - Marin Marais (1656-1728)
    Les Folies d'Espagne (1685)
    per viola d'amore e violoncello, 9'



    - Olga Neuwirth (1968)
    ...?risonanze!... (1996-1997)
    per viola d'amore amplificata, 6'

    - Kaija Saariaho (1952)
    Sept papillons (2000)
    per violoncello, 10'

    - Garth Knox
    Malor me bat (2004)
    per viola d'amore e violoncello, 9'



    A fine serata hanno eseguito un pezzo che non era incluso nel programma, per festeggiare i 20 anni del Festival Traiettorie.

    - "Black is the color of my true love's hair": un classico della musica celtica irlandese.

    Vi faccio sentire una delle versioni più famose, quella di Nina Simone.


    La canzone dovrebbe essere cantata da un uomo in realtà, e soprattutto da un uomo di origine irlandese.

    Comunque, provate a immaginare come l'abbiano eseguita quella sera Garth Knox e Agnès Vesterman: niente parte cantata, ma solo due strumenti, la viola d'amore e il violoncello, e una forte atmosfera irlandese che solo Garth Knox, specialmente perché è irlandese, può ricreare.

    Ascoltate come l'hanno eseguita a Londra, allo stesso identico modo l'hanno eseguita a Parma.
    La performance è divisa in due parti, ascoltatele entrambe subito una dopo l'altra per avere un'idea migliore e più giusta dell'esecuzione.




    Spesso ascoltare un pezzo, soprattutto se dal vivo, innesca una serie di film mentali, o comunque fantasie direttamente provocate dalla suggestione.

    L'esecuzione di Knox e di Vesterman mi ha personalmente colpita, lasciandomi una sorta di malinconia nostalgica nel mio cuore e facendomi sognare magicamente ad occhi aperti l'Irlanda. E' come se mi avesse catapultato per un momento nell'isola del trifoglio (che non ho mai visto se non nelle foto), in maniera fin troppo reale.

    Questo è quello che la musica può fare.

    Ribadisco, Traiettorie è un bellissimo festival, complimenti.



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  • Ikue Mori: una fusione di immagini e suoni che lascia il segno

    Ago 19 2010, 9h12

    Ikue Mori

    Official website
    Performances:
    Electric Masada "Essential Cinema" all'Arena del Sole di Bologna per Angelica 2010 (17/05/2010)

    Su “Oz: The Tin Woodman’s Dream” (1967) di Harry Smith, singolare lungometraggio di animazione, la parte del leone la fa l’elettronica di Ikue Mori.



    Suoni esotici si mischiano con quelli più dissonanti ed elettronici di sottofondo, trasmettendo una qualche disillusione allo spettatore, ipnotizzato dalla meravigliosa connessione dei sensi uditivi con quelli visivi. Così, lo spettatore è ammaliato e assorto a fantasticare con la sua immaginazione, si rende conto che ogni suono calza a pennello con il lungometraggio; ma allo stesso tempo, si sente quasi tornare in vita all'udire di suoni "diversi", non comuni, "strani" che affiorano lontanamente in sottofondo e creano un senso di spaesamento e angoscia, come la rimozione volontaria di qualcosa di scomodo dalla propia memoria che però riemerge improvvisamente. Così, chi tra la massa riesce a cogliere l'essenza dei suoni, attraverso un pensiero laterale, si sente alienato, lontano da quelle immagini ripetitive, incrociate, psichedeliche e dal resto degli spettatori in trance.



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