
Premetto, innanzitutto, che sono un fan dei DOWN (cosa che fin dal loro debutto mi è riuscita abbastanza facile, poiché già all’epoca - correva l’anno 1995 - ero un fan supersfegatato dei PANTERA e in seguito sono diventato anche un grande appassionato dei Corrosion of Conformity, per cui..fate un po’ voi!) ma non per questo non cercherò di essere imparziale nel parlare di questo disco, o meglio, magari rischierò pure di esserlo, a tratti, ma sono uno di quei fan che non afferma che ogni cosa che fa il suo gruppo preferito sia bellissima, che grida al capolavoro ad ogni album, che si entusiasma anche se i membri della band fanno pure solo una scorreggia, anzi sono un fan molto esigente, che
pretende che i propri musicisti preferiti, in virtù della stima, dell’apprezzamento che nutre verso di loro, diano all’ascoltatore sempre il meglio di loro stessi, che propongano un prodotto sempre all’altezza delle qualità artistiche o semplicemente musicali che, del resto, hanno fatto sì che a detta band o musicista ci si appassionasse tanto.
Terminata questa premessa, ne aggiungo un’altra (!), breve stavolta, a dimostrazione di quanto i Down mi abbiano colpito, stuzzicando profondamente il mio immaginario musicale, ai tempi del loro debut. Era un periodo, infatti, in cui, pur avendo un retroterra musicale grunge/alternative che mi faceva avvertire familiari certi elementi della musica del combo di New Orleans, ero totalmente all’oscuro dell’esistenza di certe sonorità southern mischiate all’hard rock o al metal, blues oriented e Sabbatthiane, men che meno stoner (genere – o sottogenere - che ho scoperto, ahimé, solo nel ’97, cioè dopo che i Kyuss si erano già sciolti). In pratica una piccola porzione di mondo musicale a me abbastanza ignota, in un periodo in cui mi avviavo ad ascolti sempre più “metallici” ed “estremi”, che, invece, a partire dai Down, ho cominciato a scoprire quanto potesse piacermi!
Terza è ultima premessa (ve l’assicuro, davvero! E’ l’ultima!), non strettamente funzionale alla “recensione” di questo disco: sono un grande fan di quello che definirei “Louisiana Metal”, quella scena di band degli anni ’90, tutte originarie di quelle zone degli Stati Uniti, in particolare, oltre ai Down, appunto, e ai Corrosion of Conformity anche Exhorder, Acid Bath, Floodgate, Fall from Grace e Crowbar (anche se questi ultimi, devo confessare, mi piacciono un po’ meno..). A parte le prime due menzionate e i Crowbar, si tratta di band scioltesi troppo presto, con una carriera musicale sfortunata che non ha reso giustizia al loro valore musicale. Una serie di band da riscoprire, rivalutare, che consiglio a
TUTTI di ascoltare (per chi non le conosce ancora) o riascoltare in dosi massicce a partire da..
subito!Veniamo –
finalmente! – al dunque, cioè al disco in questione, questo terzo capitolo della storia dei Down, intitolato
Over the Under.
Si parte nel migliore dei modi con
Three Sun and One Star, che è l’opener più potente e travolgente posta all’inizio di qualsiasi disco dei Down finora e, in genere, uno dei brani più “tirati” (nelle parti più up-tempo) del loro repertorio, sorretta da un riffone principale groovy e incalzante come non se ne sentivano da tempo, che si candida, in assoluto, al titolo di “Riff dell’anno 2007”!
Jimmy Bower non “swinga” più come sul precedente
II: A Bustle In Your Hedgerow ma picchia sulle pelli con inaspettata potenza e sempre maggiore classe.
La cosa che più salta all’orecchio, però è il suono, che su questo disco sembra meno vintage, meno caldo ma leggermente più tagliente e metal tradizionalmente inteso. Ora, non so se è stata una scelta ponderata al momento della registrazione, un risultato della fase di mixaggio finale oppure, addirittura, i file dei brani in mio possesso sono stati rippati da una copia promo dell’album (che, si sa, spesso ha una qualità di registrazione inferiore all’edizione definitiva, proprio per evitare che pirati e buontemponi mettano subito, magari con ampio anticipo rispetto ai tempi d’uscita ufficiali del disco, le canzoni in rete). Ad ogni modo, ho avuto questa impressione; e cioè che al posto della classica strumentazione vintage impiegata solitamente dalla band (anche per richiamare ancora di più le sonorità seventies e analogiche a loro tanto care) si siano orientati verso il suono (altrettanto classico, ormai, dopo l’immenso esempio di Dimebag Darrel) più abrasivo ma meno corposo di amplificatori a transistor (un ulteriore omaggio all’amico scomparso? Chissà!?).
Ad ogni modo, dopo la partenza esplosiva, si rallenta un po’ con la successiva
The Path, che rappresenta il primo calo di tono del disco. I Nostri, tuttavia, si riprendono subito, con la successiva
N.O.D., in purissimo stile Down, con un feeling shuffle che prende subito l’ascoltatore e delle belle armonie delle due chitarre, che si qualifica subito come uno dei brani migliori del disco, come del resto la successiva
I Scream. Quest’ultimo pezzo, a tratti ricorda certe atmosfere dei Pantera dell’ultimo periodo (in particolare [
The Great Southern Trendkill e qualcosa di
Reinventig The Steel), anche se i Down non pestano così duro. Notiamo comunque che la voce di Phil Anselmo appare su questo disco in splendida forma, anche se sappiamo che quella che sfoderava nell’epoca pre-1996 non tornerà più! Fa, però, immenso piacere, constatare come il nostro Phil sia tornato a ottimi livelli, visto gli anni di abusi di droga e alcol e i numerosi acciacchi che si porta addosso. Resta comunque una delle voci più amate, evocative e iconiche del panorama metal e hard rock mondiale.
Il disco intanto prosegue alla grande, grazie ai due brani successivi:
On March The Saints, col suo incedere da rock classico di stampo americano e
Never Try, che ricorda gli episodi più intimisti del disco precedente (mi viene in mente, ad esempio,
Learn From This Mistake), anch’essi tra gli highlight di questo
Over the Under..
Poi il disco subisce un altro leggero calo con la cupa e massiccia
Mourn che attacca con un inizo doomeggiante e pesantissimo che non avrebbe sfigurato su un album degli High On Fire e poi si assesta su ritmiche cadenzate e squadrate come si ripropongono spesso nel corso di questo album.
Leggermente più interessante, la successiva
Beneath The Tides, col suo incedere che ha un non so che di certo grunge anni ’90, sorretto dalle ricche trame di chitarre effettate e fluttuanti.
La seguente
is Majesty The Desert, non è altro che il consueto intermezzo semistrumentale (stavolta arricchito dalla voce di Anselmo che aleggia malinconica sulla musica), presente in tutti gli album dei Down e che, in questo caso, ci trasporta dalle atmosfere di
Beneath The Tides verso lidi ancora più eterei e quasi psichedelici.
Il disco riprende quota con la seguente
Pillamyd, che colpisce il segno con un riffing potente da puro headbanging, assolutamente heavy, alternato a rallentamenti sludge stavolta molto più efficaci e coinvolgenti.
In The Thrall Of It All comincia in purissimo stile Down e qui finalmente le chitarre riprendono ad esprimere tutto quel vocabolario seventies a cui Pepper Keenan e Kirk Windstein ci avevano abituato nei dischi precedenti, con stacchi e assoli, che riprendono finalmente il loro abituale spazio e di cui si incominciava a sentire la mancanza durante lo scorrere sinora del platter. L’unica pecca è che i suoni non siano così in primo piano come negli episodi discografici precedenti: sembra che le parti soliste siano state mixate leggermente più basse rispetto alle ritmiche, situazione peraltro costante in tutto il disco. Bello anche l’outro acustico degno di certo metal anni ’80.
In tutto l’album, però, non sono purtroppo presenti, a mio avviso, assoli di chitarra degni davvero di nota, contrariamente a quanto i due axeman ci avevano abituati. La prestazione del duo chitarristico, che in passato ci aveva mostrato un playing forse un po’ più ricercato e inventivo, pur rimanendo sempre fedeli ai canoni bluesegianti e southern-flavored, infatti, appare leggermente sottotono. Nulla da dire sulle ritmiche e sulle trame chitarristiche dei brani, dove, anzi, è un piacere sentire i due incrociarsi, inseguirsi, intessere armonie reminescenti del guitar work di storiche band hard rock e metal del passato (dai Thin Lizzy ai Judas Priest), che basavano il loro “assalto” sonoro sul fuoco incrociato delle due chitarre, più di quanto fatto fino ad ora dai Nostri. Nonostante il buon lavoro che compiono sulle ritmiche, tuttavia, in certi brani si sente la mancanza di assoli come una volta generosamente ce ne regalavano.
Il disco si conclude con
Nothing In Return (Walk Away), epica e dilatata, un brano lungo e intenso nell’interpretazione (soprattutto quella vocale di Phil) ma che, ovviamente non è certo una
Bury Me In Smoke.
Paradossalmente, uno dei pezzi migliori è
Invest In Fear, bonus track presente in alcune edizioni del disco, che, a mio avviso, avrebbe potuto sostituire nella scaletta “ufficiale” qualche altro pezzo un po’ più “debole”.
Alla fine, dall’ascolto dell’album emergono con prepotenza fin da subito alcuni brani superbi su tutti gli altri. E’ il caso di
Three Sun and One Star,
N.O.D.,
I Scream,
On March The Saints e
Never Try, anche se queste canzoni non sono comunque al livello di brani come
Stained Glass Cross,
Ghosts Along The Mississippi,
Learn From This Mistake,
Beautifully Depressed o
New Orleans Is A Dying Whore e altre, dal precedente lavoro della band della Louisiana.
Ai pezzi succitati si aggiungono, poi, un pugno di ottimi brani (
Pillamyd,
In The Thrall Of It All e la bounus track
Invest In Fear) che, pur non essendo delle gemme assolute, contribuiscono a mantenere altro il livello generale dell’album.
Gli altri brani sono un po’ più sottotono e molto cupi nelle sonorità. Forse risentono in qualche modo del mood dei musicisti al momento della registrazione del nuovo materiale, essendo tutti colpiti nel profondo dalla vicenda dell’uragano Kathrina che si è abbattuto sulla natia New Orleans, che ha contribuito al tono oscuro e rabbioso dell’album.
Sembra, infatti, che i cinque musicisti non siano ispiratissimi come nel passato, quando, ogni pezzo a cui davano vita sotto l’insegna Down era un’autentica gemma ma è anche possibile che il risultato finale di questo platter sia un effetto del periodo travagliato e difficile, segnato dai problemi personali e di salute di Phil Anselmo, dall’insensato e shockante omicidio di Dimebag Darrel, grande amico – a parte i dissapori con Phil relativi al pre e post scioglimento dei Pantera – e compagno di viaggio di tutti i componenti della band, oltre al già citato uragano, che ha preceduto il loro ritorno sulle scene.
Si tratta comunque di un disco che cresce ad ogni ascolto, sicuramente meno di presa immediata rispetto a tutti i lavori precedenti dei Down, ma che, ascoltato ripetutamente, a mano a mano che ci si addentra sempre di più nei brani, rivela tutti i suoi pregi, i suoi punti di forza.
In definitiva, non quel disco epocale che mi aspettavo (fiducioso del fatto che i Down non hanno mai sbagliato un colpo, entusiasmandomi ogni volta) ma sicuramente un ottimo album che renderà senz’altro soddisfatto ogni ascoltatore, dai fan incalliti di questi musicisti, all’ascoltatore casuale a chi si avvicina per la prima volta alla band di New Orleans, LouisianA.
Per saperne (e ascoltarne) di più:
Down Over the Under II: A Bustle in Your Hedgerow NOLAPantera The Great Southern Trendkill Reinventing the SteelCorrosion Of ConformityCrowbarEyehategodExhorderAcid BathFloodgateHigh on Firehard rock metal heavy metal doom metal southern rock stoner rock stoner metal