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  • Black Sabbath vs. Orchid

    Jun 14 2011, 15h47

    E' interessante come quasi tutte le canzoni di questa valida, per quanto ultraderivativa, band partano tutte come rielaborazioni di classici dei Black Sabbath del periodo Ozzy (soprattutto quello compreso fra Master of Reality e Sabotage, quantomeno per quanto concerne il riff di partenza. La cosa bella è che per la prima volta, forse, rispetto ad operazioni analoghe, la cosa funziona! Il risultato finale è più che gradevole e convolgente, il che denota la bravura, al di là della filologicità, di questi musicisti.
    Cominciamo dall'EP di esordio:
    "Into the Sun" → "Symptom of the Universe"
    "No One Makes a Sound" → "Looking for Today" + "Supernaut"
  • HORN OF THE RHINO - Weight Of Coronation

    Fev 9 2011, 16h05

    Sarebbero semplicemente un ottimo clone degli High on Fire prima maniera (The Art of Self Defense, Surrounded By Thieves), come il caso dei pur bravi Let The Night Roar: http://www.youtube.com/watch?v=j-dRxeTAu6s (i quali hanno tirato fuori un disco davvero ben suonato, carico e coinvolgente, nonostante sia il massimo del derivativo), se non fosse per la voce del cantante che, nel corso dei brani, accanto al classico growl e scream alla Matt Pike, è capace di snocciolare tutto il campionario delle influenze vocali dei più importanti vocalist "grunge" e dintorni degli anni '90 (da Maynard James Keenan alle armonie vocali targate Staley/Cantrell, fino a punte di Chris Cornell e perfino qualche eco del migliore Serj Tankian) ma conunque risultando molto peculiare nel complesso, oltre a certe incursioni in territorio hard rock settantiano. Entrambi gli elementi, nel corso dell'album calzano bene innestati nella massiccia base sludge metal di partenza. Aggiungete al tutto la peculiarità che la band è originaria di Bilbao, Paesi Baschi, a differenza dei più "usuali" per questo genere di musica Stati Uniti/Sud America e avrete un quadro completo dell'opera. Confesso, però, che sulle prime il disco non mi aveva convinto più di tanto e dopo averlo messo su una prima volta mi era risultato quasi noioso. Poi, per un motivo o per un altro, l'ho rimesso su, a distanza di qualche giorno e mi è pian piano entrato dentro, ascolto dopo ascolto, prendendomi sempre di più. Pertanto, il consiglio che do è di non fermarsi alla prima impressione perchè è un disco che va scoltato e riascoltato più volte per poter apprezzarlo appieno.

    Qualche esempio:

    http://www.youtube.com/watch?v=O2qLY4KHCYE

    http://www.youtube.com/watch?v=G7W25Nawzkw

    http://www.youtube.com/watch?v=6kPfefpAcXI

    Voto: http://rateyourmusic.com/collection/Bill_Zoidberg/r4.0,ss.dd
  • Black Mountain - Wilderness Heart

    Fev 6 2011, 22h06

    Il disco nel suo complesso è una vera svolta rispetto al precedente, un salto di qualità clamoroso. Al confronto prima facevano quasi pena: né più né meno che uno scialbo rip-off degli Hawkwind, manco particolarmente ispirato. Abbastanza banali. Invece con questo disco hanno creato una miscela sonora così variegata, spiazzante, a tratti, questo è vero ma, nel complesso assolutamente originale. The Hair Song, ad esempio, sarebbe un perfetto pezzo dei Soundgarden di Down on the Upside, tipo questo: http://www.youtube.com/watch?v=6Krp-3VclSA se non fosse che immediatamente partono queste due voci in stile country classico anziché il Chris Cornell più ispirato. Oppure Radiant Hearts è il Major Tom di David Bowie che atterra sul "The Dark Side of the Moon" (i Pink Floyd targati David Gilmour torneranno prepotenti anche in The Space of Your Mind) . Certo c'è pure qualche scivolone, tipo Buried By The Blues che copia il giro di accordi (e non solo) di Hard Sun di Eddie Vedder oppure quando il cantante si lascia andare qua e là ad una vocalità troppo brit (alla Damon Albarn e dintorni), il che è un peccato visto quanto in realtà siano americaneggianti nel senso più positivo e bifolco del termine. Per il resto il disco rockeggia discretamente. In definitiva, questi Black Mountain targati 2010 sono hippe sì, hipster di certo no!

    Voto: http://rateyourmusic.com/~Bill_Zoidberg
  • Animals As Leaders - Animals As Leaders

    Jan 31 2011, 15h41

    Disco abbastanza solido e meno noioso di quanto potessi temere (oddio qualche passaggio un po' esasperato.. tipo sweppate sulla chitarra a 8 corde per più di 20 secondi consecutivi giusti un riccardone D.O.C. le può reggere) ma, in generale manieristico e prevedibile, entro gli stilemi del genere. Insomma, un ottima summa da manuale di Meshuggah + Cynic + Atheist + Pestilence di Spheres + ecc., insomma come i bravi cileni Coprofago, solo molto mooolto più esasperatamente tecnici, che si salva (e da cui si differenzia) giusto grazie agli inserti di elettronica (e anche la batteria è programmata).
  • Wobbler - Afterglow

    Jan 31 2011, 15h33

    In definitiva questo Afterglow mi è piaciuto, solo forse un po' troppo breve per gli standard del prog - e talvolta questo non sarebbe affatto un male - dove un singolo brano di 15 minuti è quasi la norma (quando mi hai parlato di suite temevo più una roba in tre o quattro movimenti da una decina e oltre di minuti ognuna.. fortunatamente questi Wobbler sono dei musicisti davvero giudiziosi!). In definitiva, il primo pezzo vero e proprio è davvero da manuale del prog ma suonato con estrema grinta e freschezza. Il secondo mi ha convinto un po' meno (un po' perché interamente strumentale mentre la voce quasi "messiahmarcolinana" che si sente nel primo non mi era dispiaciuta affatto, un po' perché viene fuori troppo la loro anima svedese, nel senso che c'è troppo un impronta di quel folk scandinavo che, purtroppo, certo metal degli scorsi anni mi ha fatto andare di traverso). Qualche imprecisione nell'esecuzione/registrazione degli interludi che però risultano nel complesso gradevolissimi. In conclusione, un bel disco.
  • 2007: A Year in Review. TOP 10 2007

    Fev 15 2008, 18h18

    Anche se con molto ritardo, ecco la mia classifica del meglio del meglio di quest'anno (ormai già da un bel pò trascorso) in musica, secondo me. Ovviamente riflette i miei peculiari gusti musicali e se non include alcuni dischi, usciti nel 2007, e che sarebbero stati altrettanto degni di nota è solo a causa per la mia ignoranza! Hell Yeah!!

    TOP 10 2007

    1) Alabama Thunderpussy - Open Fire

    2) High on Fire - Death Is This Communion

    3) Down - Over the Under

    4) The Hidden Hand - The Resurrection of Whiskey Foote

    5) Orange Goblin - Healing Through Fire

    6) Trouble - TroubleSimple Mind Condition

    7) Eddie Vedder - Into the Wild

    8) Machine Head - The Blackening

    9) Mortal Sin - An Absence of Faith

    10) Backdraft - The Second Coming


    Band rivelazione dell'anno: Skeletonwitch. Inoltre, da thrasher nel cuore quale sono, non posso che gioire per questo revival di purissimo thrash metal in perfetto '80 style che ripropone in maniera assolutamente filologica le sonorità di Slayer, Exodus, Sodom, ecc. grazie a band quali Violator, Evile, Fueled By Fire, Merciless Death e tanti altre che tornano a far ardere la torcia del thrash metal più ortodosso e incontaminato! Per finire menzione speciale agli Airbourne, incendiari cloni degli AC/DC col loro debutto Runnin' Wild: divertimento allo stato puro come non se ne sentiva da anni, soprattutto da parte di una band così giovane! Una band da tenere d'occhio, insomma! Sempre una conferma, invece (e per questo meritano di essere menzionati), gli American Dog che anche quest'anno sfornano un gustosissimo e divertente album, dall'emblematico titolo: Hard

    Band e album delusione dell'anno: Ce ne sono state diverse ma su tutte, senza ombra di dubbio, dico: Hellyeah, il nuovo progetto di Vinnie Paul insieme a membri dei nu-metallari Mudvayne (sigh!) e Nothingface, oltre a Bob Zilla, che già lo affiancava nei Damageplan

    Album più atteso del 2008: sicuramente,
    in primis il nuovo dei Grand Magus che sono già al lavoro e hanno annunciato dalle pagine del loro sito una mazzata di purissimo "swedish steel" pronta ad abbattersi su tutti noi appassionati come una colata di metallo incandescente! Poi c'è senz'altro il nuovo dei Death Angel che spero confermino la qualità dei loro brani e delle performance live come ci hanno abituati da quando si sono riuniti e tornati sulle scene. Inoltre, spero che i Blackberry Smoke pubblichino presto un nuovo album che contenga anche le bellissime canzoni che possono essere ascoltare sulla loro pagina My Space: http://www.myspace.com/blackberrysmoke, compresa l'ormai celeberrima Son of the Bourbon. Ci sarebbe anche il nuovo dei Testament ma ormai è così tanto tempo che viene annunciato che quasi mi sto un pò demoralizzando e poi, non so perché, tutto questo procrastinare, tra le indecisioni circa la lineup (quella classica degli inizi, o con nuovi elementi o un ibrido tra le due) ed Eric Peterson impegnato con i - pessimi - Dragonlord mi fa avere l'impressione che siano poco motivati e che il nuovo lavoro possa riuscire poco incisivo. Poi sono anche curioso di ascoltare il nuovo degli Early Man, successore dell'ottimo debutto Closing In, per vedere quale direzione musicale avranno deciso di intraprendere. Per concludere rimangono i Meshuggah con il loro immiente obZen ma ho già ascoltato due tracce e mi sembra proprio che si propsetti un "Chaosphere II°"! Molto attesi anche alcuni nuovi progetti musicali, come quello ormai già sulla bocca di tutti gli appassionati denominato Shrinebuilder, organizzato dai due componenti degli Om, insieme a Wino Weinrich e Scott Kelly dei Neurosis, anche se non si sa ancora nulla di certo su quando inizieranno a produrre musica insieme né se uscirà un qualche disco di debutto nel corso di questo 2008. Invece, si sono perse subito le tracce del progetto Capricorn, che prometteva bene già dalla lineup: Phil Caivano (ex-Monster Magnet), Philthy "Animal" Taylor (ex-MotÖrhead), Corey Parks (ex-Nashville Pussy) e Todd Youth (ex-Danzig)!

    Evento live dell'anno: Nessuno perchè quest'anno l'unico concerto al quale sono stato è stato quello di Al Di Meola a Jazz in Parco a giugno, dove però ha tenuto una performance esclusivamente acustica, che alla lunga è risultata un pò monotona, mentre, invece, ho saputo che il precedente ottobre si è esibito a Napoli, al Teatro Delle Palme con un set prevalentemente elettrico che è stato senz'altro più dinamico, movimentato e vario. American Dog
  • DOWN - III: Over The Under

    Out 14 2007, 15h50



    Premetto, innanzitutto, che sono un fan dei DOWN (cosa che fin dal loro debutto mi è riuscita abbastanza facile, poiché già all’epoca - correva l’anno 1995 - ero un fan supersfegatato dei PANTERA e in seguito sono diventato anche un grande appassionato dei Corrosion of Conformity, per cui..fate un po’ voi!) ma non per questo non cercherò di essere imparziale nel parlare di questo disco, o meglio, magari rischierò pure di esserlo, a tratti, ma sono uno di quei fan che non afferma che ogni cosa che fa il suo gruppo preferito sia bellissima, che grida al capolavoro ad ogni album, che si entusiasma anche se i membri della band fanno pure solo una scorreggia, anzi sono un fan molto esigente, che pretende che i propri musicisti preferiti, in virtù della stima, dell’apprezzamento che nutre verso di loro, diano all’ascoltatore sempre il meglio di loro stessi, che propongano un prodotto sempre all’altezza delle qualità artistiche o semplicemente musicali che, del resto, hanno fatto sì che a detta band o musicista ci si appassionasse tanto.
    Terminata questa premessa, ne aggiungo un’altra (!), breve stavolta, a dimostrazione di quanto i Down mi abbiano colpito, stuzzicando profondamente il mio immaginario musicale, ai tempi del loro debut. Era un periodo, infatti, in cui, pur avendo un retroterra musicale grunge/alternative che mi faceva avvertire familiari certi elementi della musica del combo di New Orleans, ero totalmente all’oscuro dell’esistenza di certe sonorità southern mischiate all’hard rock o al metal, blues oriented e Sabbatthiane, men che meno stoner (genere – o sottogenere - che ho scoperto, ahimé, solo nel ’97, cioè dopo che i Kyuss si erano già sciolti). In pratica una piccola porzione di mondo musicale a me abbastanza ignota, in un periodo in cui mi avviavo ad ascolti sempre più “metallici” ed “estremi”, che, invece, a partire dai Down, ho cominciato a scoprire quanto potesse piacermi!
    Terza è ultima premessa (ve l’assicuro, davvero! E’ l’ultima!), non strettamente funzionale alla “recensione” di questo disco: sono un grande fan di quello che definirei “Louisiana Metal”, quella scena di band degli anni ’90, tutte originarie di quelle zone degli Stati Uniti, in particolare, oltre ai Down, appunto, e ai Corrosion of Conformity anche Exhorder, Acid Bath, Floodgate, Fall from Grace e Crowbar (anche se questi ultimi, devo confessare, mi piacciono un po’ meno..). A parte le prime due menzionate e i Crowbar, si tratta di band scioltesi troppo presto, con una carriera musicale sfortunata che non ha reso giustizia al loro valore musicale. Una serie di band da riscoprire, rivalutare, che consiglio a TUTTI di ascoltare (per chi non le conosce ancora) o riascoltare in dosi massicce a partire da..subito!

    Veniamo – finalmente! – al dunque, cioè al disco in questione, questo terzo capitolo della storia dei Down, intitolato Over the Under.
    Si parte nel migliore dei modi con Three Sun and One Star, che è l’opener più potente e travolgente posta all’inizio di qualsiasi disco dei Down finora e, in genere, uno dei brani più “tirati” (nelle parti più up-tempo) del loro repertorio, sorretta da un riffone principale groovy e incalzante come non se ne sentivano da tempo, che si candida, in assoluto, al titolo di “Riff dell’anno 2007”!
    Jimmy Bower non “swinga” più come sul precedente II: A Bustle In Your Hedgerow ma picchia sulle pelli con inaspettata potenza e sempre maggiore classe.
    La cosa che più salta all’orecchio, però è il suono, che su questo disco sembra meno vintage, meno caldo ma leggermente più tagliente e metal tradizionalmente inteso. Ora, non so se è stata una scelta ponderata al momento della registrazione, un risultato della fase di mixaggio finale oppure, addirittura, i file dei brani in mio possesso sono stati rippati da una copia promo dell’album (che, si sa, spesso ha una qualità di registrazione inferiore all’edizione definitiva, proprio per evitare che pirati e buontemponi mettano subito, magari con ampio anticipo rispetto ai tempi d’uscita ufficiali del disco, le canzoni in rete). Ad ogni modo, ho avuto questa impressione; e cioè che al posto della classica strumentazione vintage impiegata solitamente dalla band (anche per richiamare ancora di più le sonorità seventies e analogiche a loro tanto care) si siano orientati verso il suono (altrettanto classico, ormai, dopo l’immenso esempio di Dimebag Darrel) più abrasivo ma meno corposo di amplificatori a transistor (un ulteriore omaggio all’amico scomparso? Chissà!?).
    Ad ogni modo, dopo la partenza esplosiva, si rallenta un po’ con la successiva The Path, che rappresenta il primo calo di tono del disco. I Nostri, tuttavia, si riprendono subito, con la successiva N.O.D., in purissimo stile Down, con un feeling shuffle che prende subito l’ascoltatore e delle belle armonie delle due chitarre, che si qualifica subito come uno dei brani migliori del disco, come del resto la successiva I Scream. Quest’ultimo pezzo, a tratti ricorda certe atmosfere dei Pantera dell’ultimo periodo (in particolare [The Great Southern Trendkill e qualcosa di Reinventig The Steel), anche se i Down non pestano così duro. Notiamo comunque che la voce di Phil Anselmo appare su questo disco in splendida forma, anche se sappiamo che quella che sfoderava nell’epoca pre-1996 non tornerà più! Fa, però, immenso piacere, constatare come il nostro Phil sia tornato a ottimi livelli, visto gli anni di abusi di droga e alcol e i numerosi acciacchi che si porta addosso. Resta comunque una delle voci più amate, evocative e iconiche del panorama metal e hard rock mondiale.
    Il disco intanto prosegue alla grande, grazie ai due brani successivi: On March The Saints, col suo incedere da rock classico di stampo americano e Never Try, che ricorda gli episodi più intimisti del disco precedente (mi viene in mente, ad esempio, Learn From This Mistake), anch’essi tra gli highlight di questo Over the Under..
    Poi il disco subisce un altro leggero calo con la cupa e massiccia Mourn che attacca con un inizo doomeggiante e pesantissimo che non avrebbe sfigurato su un album degli High On Fire e poi si assesta su ritmiche cadenzate e squadrate come si ripropongono spesso nel corso di questo album.
    Leggermente più interessante, la successiva Beneath The Tides, col suo incedere che ha un non so che di certo grunge anni ’90, sorretto dalle ricche trame di chitarre effettate e fluttuanti.
    La seguente is Majesty The Desert, non è altro che il consueto intermezzo semistrumentale (stavolta arricchito dalla voce di Anselmo che aleggia malinconica sulla musica), presente in tutti gli album dei Down e che, in questo caso, ci trasporta dalle atmosfere di Beneath The Tides verso lidi ancora più eterei e quasi psichedelici.
    Il disco riprende quota con la seguente Pillamyd, che colpisce il segno con un riffing potente da puro headbanging, assolutamente heavy, alternato a rallentamenti sludge stavolta molto più efficaci e coinvolgenti.
    In The Thrall Of It All comincia in purissimo stile Down e qui finalmente le chitarre riprendono ad esprimere tutto quel vocabolario seventies a cui Pepper Keenan e Kirk Windstein ci avevano abituato nei dischi precedenti, con stacchi e assoli, che riprendono finalmente il loro abituale spazio e di cui si incominciava a sentire la mancanza durante lo scorrere sinora del platter. L’unica pecca è che i suoni non siano così in primo piano come negli episodi discografici precedenti: sembra che le parti soliste siano state mixate leggermente più basse rispetto alle ritmiche, situazione peraltro costante in tutto il disco. Bello anche l’outro acustico degno di certo metal anni ’80.
    In tutto l’album, però, non sono purtroppo presenti, a mio avviso, assoli di chitarra degni davvero di nota, contrariamente a quanto i due axeman ci avevano abituati. La prestazione del duo chitarristico, che in passato ci aveva mostrato un playing forse un po’ più ricercato e inventivo, pur rimanendo sempre fedeli ai canoni bluesegianti e southern-flavored, infatti, appare leggermente sottotono. Nulla da dire sulle ritmiche e sulle trame chitarristiche dei brani, dove, anzi, è un piacere sentire i due incrociarsi, inseguirsi, intessere armonie reminescenti del guitar work di storiche band hard rock e metal del passato (dai Thin Lizzy ai Judas Priest), che basavano il loro “assalto” sonoro sul fuoco incrociato delle due chitarre, più di quanto fatto fino ad ora dai Nostri. Nonostante il buon lavoro che compiono sulle ritmiche, tuttavia, in certi brani si sente la mancanza di assoli come una volta generosamente ce ne regalavano.
    Il disco si conclude con Nothing In Return (Walk Away), epica e dilatata, un brano lungo e intenso nell’interpretazione (soprattutto quella vocale di Phil) ma che, ovviamente non è certo una Bury Me In Smoke.
    Paradossalmente, uno dei pezzi migliori è Invest In Fear, bonus track presente in alcune edizioni del disco, che, a mio avviso, avrebbe potuto sostituire nella scaletta “ufficiale” qualche altro pezzo un po’ più “debole”.
    Alla fine, dall’ascolto dell’album emergono con prepotenza fin da subito alcuni brani superbi su tutti gli altri. E’ il caso di Three Sun and One Star, N.O.D., I Scream, On March The Saints e Never Try, anche se queste canzoni non sono comunque al livello di brani come Stained Glass Cross, Ghosts Along The Mississippi, Learn From This Mistake, Beautifully Depressed o New Orleans Is A Dying Whore e altre, dal precedente lavoro della band della Louisiana.
    Ai pezzi succitati si aggiungono, poi, un pugno di ottimi brani (Pillamyd, In The Thrall Of It All e la bounus track Invest In Fear) che, pur non essendo delle gemme assolute, contribuiscono a mantenere altro il livello generale dell’album.
    Gli altri brani sono un po’ più sottotono e molto cupi nelle sonorità. Forse risentono in qualche modo del mood dei musicisti al momento della registrazione del nuovo materiale, essendo tutti colpiti nel profondo dalla vicenda dell’uragano Kathrina che si è abbattuto sulla natia New Orleans, che ha contribuito al tono oscuro e rabbioso dell’album.
    Sembra, infatti, che i cinque musicisti non siano ispiratissimi come nel passato, quando, ogni pezzo a cui davano vita sotto l’insegna Down era un’autentica gemma ma è anche possibile che il risultato finale di questo platter sia un effetto del periodo travagliato e difficile, segnato dai problemi personali e di salute di Phil Anselmo, dall’insensato e shockante omicidio di Dimebag Darrel, grande amico – a parte i dissapori con Phil relativi al pre e post scioglimento dei Pantera – e compagno di viaggio di tutti i componenti della band, oltre al già citato uragano, che ha preceduto il loro ritorno sulle scene.
    Si tratta comunque di un disco che cresce ad ogni ascolto, sicuramente meno di presa immediata rispetto a tutti i lavori precedenti dei Down, ma che, ascoltato ripetutamente, a mano a mano che ci si addentra sempre di più nei brani, rivela tutti i suoi pregi, i suoi punti di forza.

    In definitiva, non quel disco epocale che mi aspettavo (fiducioso del fatto che i Down non hanno mai sbagliato un colpo, entusiasmandomi ogni volta) ma sicuramente un ottimo album che renderà senz’altro soddisfatto ogni ascoltatore, dai fan incalliti di questi musicisti, all’ascoltatore casuale a chi si avvicina per la prima volta alla band di New Orleans, LouisianA.


    Per saperne (e ascoltarne) di più:
    Down Over the Under II: A Bustle in Your Hedgerow NOLA
    Pantera The Great Southern Trendkill Reinventing the Steel
    Corrosion Of Conformity
    Crowbar
    Eyehategod
    Exhorder
    Acid Bath
    Floodgate
    High on Fire