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- Abr 17 2009, 11h19
L'AGENDA ROCKEFELLER: IL CONTROLLO DEGLI ALIMENTI
Postato il Giovedi 16 Aprile 2009 (19:00) di marcoc
DI MARIO FERNANDEZ
Rebelion.org
“Se controlli il petrolio, controlli le nazioni, se controlli gli alimenti, controlli i popoli”. Henry Kissinger, Premio Nobel per la Pace nel 1973.
Nella completa dominazione dell'imperialismo nordamericano ci sono attività produttive nelle quali le corporazioni multinazionali che le rappresentano hanno prodotto veri disastri umani e ambientali, non solo per molte popolazioni del resto del mondo ma anche negli stessi Stati Uniti.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’imperialismo nordamericano si pose in posizione vantaggiosa per incrementare lo sfruttamento del resto del mondo. Le sue corporazioni minerarie, petrolifere, manifatturiere, finanziarie e delle banane [nell’originale bananeras, potrebbe anche essere un modo per dire “di poco conto” n.d.t.], ebbero buon gioco con tutto ciò che avevano a loro disposizione, incluse la scienza, la tecnologia, la propaganda ideologica, l’estorsione e la forza militare. Si consolidò così una dominazione economica controllata da una piccola elite che proclamava a gran voce il “secolo americano”. Una delle industrie più redditizie, che si presentò come soluzione al problema della fame nel mondo, è stata l’industria dell’ agroalimentare. Nella sua presentazione come “benefattore dell’umanità” e contribuendo allo “sviluppo”, gli agroalimentari nascondono le attività più sinistre e più pericolose per l’umanità intera.
Sementi di distruzione
Nel suo libro “Seeds of Destruction The HIdden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione. L’agenda nascosta della manipolazione genetica”, edito da Global Research, Center for Research on Globalizatiion, Montreal, Canada), F. William Engdahl approfondisce in maniera dettagliata lo sviluppo di quella che è cominciato negli anni ’30 del ventesimo secolo come una strategia di una elite corporativa per controllare la sicurezza alimentare del mondo, il presente e il futuro della vita sul pianeta, in una dimensione mai immaginata prima.
Engdahl mostra importanti connessioni che esistono dentro l’industria della produzione di alimenti, industria che si è convertita in un monopolio mondiale e che è la seconda industria più redditizia degli Stati Uniti – dopo l’industria farmaceutica. Questo gran commercio americano comincia con un’iniziativa per aumentare l’arricchimento e il potere, nella fondazione Rockfeller di New York. Questa iniziativa ha coinvolto vari centri scientifici di importanti università nordamericane, incluse Princeton, Stanford, Harvard e ha contato sull’appoggio del governo statunitense di turno e di alcune delle sue istituzioni più importanti.
Le corporazioni che producono e commerciano le sementi, il grano e i prodotti chimici usati per la semina, sono parte di questo circolo che include non solo imprenditori della terra e autorità governative statunitensi, ma anche vari presidenti di paesi del terzo mondo.
Il fondatore della Stanford Oil, John D. Rockfeller, nel 1913 ricevette una raccomandazione perché costituisse una fondazione con il suo nome, in modo da poter evadere le tasse. Quindi fondò la Fondazione Rockfeller costituita, si suppone, con la missione di “promuovere il benessere dell’umanità nel mondo.”
Però, uno dei primi obiettivi della Fondazione fu trovare i modi di ridimensionare quelle che per loro erano catalogate come “razze inferiori”. Fu con questo fine che la fondazione Rockfeller diede contributi finanziari al Social Science Research Council nel 1923, finanziando ricerche destinate allo sviluppo tecnico del controllo della natalità, da essere applicate per il controllo della riproduzione degli “indesiderabili”. Nel 1936, la Fondazione crea e finanzia la prima agenzia di ricerca sulla popolazione nella università di Princeton, con finalità analoghe al controllo della popolazione.
Nei primi progetti filantropici della Fondazione Rockfeller compare il finanziamento della American Eugenic Society (Società Americana di Eugenetica). L’“Eugenetica” è stata una pseudo -cienza; la parola fu inventata in Inghilterra nel 1883 dal cugino di Charles Darwin, Francis Galton, che applicò la teoria di Malthus al regno vegetale e animale in connessione con il lavoro di Darwin, “L’Origine delle Specie”. Negli anni ’20 questi studi di Galton servirono come argomento ideologico per il quale Rockfeller, Carnegie e altri ricchi americani usassero il concetto di “Darwinismo sociale” per giustificare le proprie fortune: era la prova che loro rappresentavano un sottogruppo “superiore” della specie umana, un gruppo che dominava per questa ragione gli altri esseri umani meno fortunati.
Vale la pena segnalare che il presidente della prestigiosa università di Stanford (California), David Starr Jordan, affermava nel 1902 nel suo libro “Blood of a Nation” (Il sangue di una nazione) che la povertà era il risultato della eredità genetica, così come il talento – l’educazione (o le opportunità) non avevano troppa influenza.
La razza superiore e la rivoluzione verde
Molti oggi ignorano che l’idea di una razza nordica superiore, questa fantasia da incubo della Germania nazista, ebbe le sue radici negli Stati uniti. Tra il 1922 e il 1926, la fondazione Rockfeller donò denaro, attraverso il suo ufficio a Parigi, per lo studio dell’”eugenetica” e aiutò a creare il Kaiser Wilhelm Institute per la Psichiatria a Berlino (KWG), istituto base della idea nazista della razza superiore. Negli anni successivi, Ernst Rudin, l’architetto del programma “Eugenics” di Adolf Hitler, avrebbe creato la legge nazista di sterilizzazione spiegata come un “modello americano” e adottata in Germania nel 1933. Fu questa legge che obbligò 400.000 tedeschi affetti da manie depressive e da schizofrenia a sterilizzarsi. E per questa legge migliaia di bambini tedeschi con varie disabilità furono semplicemente “eliminati”. La fondazione Rockfeller finanziò l’istituto KWG anche durante il Terzo Reich e fino al 1939.
Engdahl spiega come, dopo la seconda guerra mondiale, le elite degli Stati Uniti si dispongano a conquistare tutte le aree economiche del mondo (o la Grande Area), che consiste nella maggior parte del mondo eccetto ciò che era sotto la sfera dell’Unione Sovietica. Una delle aree economiche importanti era quella della produzione degli alimenti.
Nelson Rockfeller fonda la IBEC (International Basic Economic Corporation) che dopo si sarebbe unita con Cargill, altro gigante del settore – per sviluppare ibridi con varietà di sementi di mais. Queste sementi di mais si coltivavano inizialmente in Brasile che si convertì nel terzo produttore mondiale di mais – dopo gli Stati Uniti e la Cina. In Brasile si comincia a mescolare il mais con la soia per animali, il che facilita la proliferazione della soia geneticamente modificata, che inizia a divenire comune nel mercato dei fine anni ’90.
Questa, chiamata “Rivoluzione Verde”, fu un progetto targato Rockfeller che cominciò in Messico e si espanse per quasi tutta l’America Latina e pure in Asia, specialmente in India, come strategia per controllare la produzione di alimenti fondamentali in paesi chiave del terzo mondo – sempre nel nome dell’efficacia del principio “della libera impresa di mercato” e contro al principio dell'“inefficienza comunista”.
Nel 1960 la Fondazione Rockfeller e la Fondazione Ford creano insieme l’ International Rice Research Institute (Istituto di Ricerca Internazione sul Riso) a Los Banos, nelle Filippine, con lo scopo di controllare la produzione del riso. Nel 1972 queste stesse fondazioni crearono centri di ricerca in materia di agricoltura tropicale in Nigeria, con finalità di controllo analoghe.
Attraverso la Rivoluzione Verde le fondazioni Rockfeller e Ford lavorano mano a mano con la USAID e la CIA con finalità specifiche nel mondo. E anche con la Banca Mondiale, la quale dà crediti per i progetti di costruzione di dighe e sistemi di irrigazione di cui essi necessitano per facilitare ed espandere i propri affari.
I Rockfeller
La famiglia Rockfeller espanse i suoi affari con il petrolio e l’agricoltura nei paesi del Terzo Mondo grazie alla sua rivoluzione verde. Finanziarono tanti diversi progetti, alcuni dei quali nell’Università di Harvard – progetti che avrebbero formato l’infrastruttura della produzione di alimenti sotto il controllo centrale di poche corporazioni private. I suoi creatori battezzarono tutta questa area come “agroalimentare” [letteralmente agronegocios si traduce con “agro-commercio” – ndt], infattiper differenziarsi dalla tradizionale e millenaria agricoltura sostenuta dai contadini il nuovo nome era necessario. Nessuno sano di mente avrebbe accettato che una corporazione si dichiarasse proprietaria, o titolare del brevetto, dell’agricoltura e della manipolazione a fini domestici delle piante che sono con noi da millenni.
[J. D. Rockefeller]
Nel 1985 la Fondazione Rockfeller inizia lo studio su larga scala dell’ingegneria genetica delle piante per uso commerciale, sovvenzionando centri di ricerca con cento milioni di dollari e “creando” quelle che erano le piante geneticamente modificate attraverso un’applicazione di alcune nuove tecniche, frutto della Biologia Molecolare, applicate alla flora con qualità alimentari del pianeta. Il riso fu la prima pianta modificata – con dubbi vantaggi per il riso e un numero crescente di consapevoli svantaggi per il consumatore.
Alla fine degli anni ’80 esisteva tutta una rete di scienziati istruiti sulle piante geneticamente modificate ( Genetic Modified Organism, GMO o transgenici). Il progetto necessitava di un posto sicuro dove poter essere attuato. Questo posto era l’Argentina, sotto la presidenza di Carlos Menem. Menem aveva forti vincoli con Rockfeller e la sua banca, la Chase Manhattan. I campi argentini servirono da “cavia” per quella che venne chiamata Seconda Rivoluzione Verde, la quale comprendeva la soia e il glisofato chimico. L’Argentina fu il luogo per sperimentare un’agricoltura totalmente dipendente dalle sementi transgeniche e chimiche provenienti dalla stessa compagnia: la Monsanto.
Nello spazio di otto anni, entro il 2004, erano stati coltivati più di 65 milioni di ettari in tutto il mondo con grano geneticamente modificato, il 25% della terra coltivabile del mondo. La maggior parte di questo grano venne piantato negli Stati uniti per aumentare la fiducia del resto del mondo verso i prodotti transgenici, ma anche perché i governi nordamericani di turno erano completamente favorevoli agli agroalimenti. L’Argentina era il secondo paese produttore di grano transgenico, con più di 17 milioni di ettari coltivati. Nel 2005 viene tolta la proibizione verso i prodotti transgenici in Brasile, Canada, Sud Africa e Cina. Tutti questi paesi hanno un significativo programma inerente al grano transgenico.
L’Europa resistette di più, però nell’Europa dell’Est la pressione corporativa diede risultati e i suoli ricchi della Romania, Bulgaria e Polonia, che avevano regolamentazioni povere da un punto di vista legale, furono un campo fertile per i prodotti transgenici. Indonesia, Filippine, India, Colombia, Honduras e Spagna hanno oggi pure loro coltivazioni transgeniche.
Il caso dell’Argentina necessita di attenzione perché è stato unico, poiché nessun paese autosufficiente dal punto di vista alimentare come l’Argentina avrebbe accettato di convertirsi in un paese a monocoltura di soia per l’esportazione, in nome del progresso. L’Argentina è stata una pedina di Rockfeller, Monsanto e Cargill Inc. E nel 1991 servì come laboratorio segreto per esperimenti con grano transgenico al punto che l’amministrazione Menem creò una Commissione di Consulenza sulla Biotecnologia, completamente pseudo scientifica, che si riuniva in segreto ed era formata da membri che venivano direttamente dalla Monsanto, dalla Syngenta, dalla Dow AgroSciences e da altre corporazioni dell’agroalimentare.
Monsanto e Cargill
Monsanto funziona come un nuovo conquistatore, vendendo sementi di soia resistenti al glifosato e il glifosato, e esige non solo il pagamento per la licenza tecnologica ma anche che le sementi comprate non si tornino ad utilizzare l’anno seguente senza pagare i diritti derivanti dal brevetto. Si tratta di una nuova servitù nell’agricoltura. Quando l’Argentina si rifiuta di pagare i diritti derivanti dal brevetto, Monsanto sparge illegalmente le sue sementi fino agli altri paesi (Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay) contaminandoli e dunque li accusa di utilizzare le sue sementi senza pagare il brevetto. Alla fine l’Argentina accetta nel 2004 di pagare un 1% delle vendite del grano agli esportatori, Cargill – altro aggressivo conquistatore alleato di Monsanto. È un ricatto [nel testo originale viene utilizzato il termine francese “Chantage” – ndt].
Engdahl spiega pure come l’imperialismo nordamericano abbia imposto all’Iraq (oltre a distruggerlo con le bombe) una terapia di “shock” economico che include l’imposizione di un sistema agricolo dominato da agroalimenti transgenici. Essendo che l’Iraq è parte della Mesopotamia, dove venne reso domestico il grano, e che l’agricoltura esiste là da più di 8000 anni, dotata di una ricca varietà di sementi di frumento che oggi il mondo intero usa senza pagare, l’ironia è grande. Molte sementi naturali dell’Iraq furono salvate in una banca delle sementi ad Abu Ghraib, la città delle torture. Questa banca fu completamente distrutta dai bombardamenti americani, magari di proposito. È stata pura fortuna che il governo iracheno prima dell’invasione avesse inviato le sue sementi in Siria, dove sono oggi catalogate e in salvo dalla distruzione americana.
Il settore agroalimentare statunitense si è trasformato in una strategia di dominazione del mondo, usando il suo potere per tre o più decadi per distruggere qualunque barriera esistente di fronte ai suoi monopoli- ponendo fine alle regolamentazioni sanitarie e di sicurezza nell’agricoltura o usando l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO – World Trade Org.) per controllare l’agricoltura mondiale.
Le coltivazioni sono state generalmente parte del mercato locale e la base dell’esistenza umana. Monsanto, Dupont, Dow Chemical e altre giganti corporazioni della chimica e dell’agricoltura hanno usato il potere politico e militare americano per controllare le coltivazioni degli alimenti del mondo tramite il controllo dei brevetti sulle sementi,. Il progetto va oltre le sementi e include molti alimenti, tipo latte, suini, ecc.
Engdahl ha prodotto un documento che aiuta a capire quest’area della dominazione imperialistica – che si unisce ad altre come il controllo delle terre ricche e delle riserve acquifere in una strategia ben pianificata per i più ricchi dell’impero. Se vediamo milionari acquisire distese di terre fertili e boschi nel Terzo Mondo con la scusa di “proteggere l’ecosistema”, dobbiamo pensare che lo scopo ultimo è il controllo. Questa crisi può creare uno spazio che lasci la possibilità ai popoli di alzare la propria voce per il reclamare il diritto inalienabile di coltivare e distribuire i propri alimenti in faccia a questi polpi che desiderano schiavizzare l’umanità.
Titolo originale: "El control de los alimentos"
Fonte: http://www.rebelion.org
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07.04.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRO SICILIANO
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- imbuteria disse...
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- Abr 19 2009, 15h30
A TORINO si compra alla SPINA.
Post n°852 pubblicato il 18 Aprile 2009 da joiyce
Tag: Ecologia, Riciclaggio, Rifiuti zero, Risparmio, Spesa alla spina
Il problema dei rifiuti si risolve evitando di produrre rifiuti: OGGI inaugurato il primo “Negozio leggero”, che vende esclusivamente prodotti sfusi, alla spina e senza imballaggi.
E’ in via Napione 37 a Torino. Ci sono detergenti e detersivi, vino, alimentari non deperibili (dalla pasta ai legumi e alle caramelle), cosmetici, prodotti per la cura del corpo: tutto rigorosamente sfuso, qualcosa anche a chilometri zero. Ci guadagna il portafoglio (dopo vi do qualche indicazione sui prezzi), ci guadagna l’ambiente: non viene sprecata energia per produrre imballaggi inutili; non c’è bisogno di raccogliere e smaltire immondizia. Venite, entriamo nel “Negozio leggero”. Il “Negozio leggero” di via Napione 37 a Torino nasce dal lavoro di Ecologos, un ente di ricerca sull’ambiente (ha seguito fra l’altro i progetti per i detersivi alla spina della Regione Piemonte e per i pannolini lavabili di Perugia) e della cooperativa Rinova. “Dietro c’è tutto uno studio che ci ha impegnati per molto tempo - mi ha spiegato Cinzia Vaccaneo, presidente di Ecologos - Vendere prodotti sfusi non è semplice ed implica il rispetto di una serie di norme igieniche“. In effetti, confezioni ed imballaggi avrebbero proprio lo scopo di garantire i consumatori da questo punto di vista. I mobili sono ideati e brevettati dalla cooperativa Rinova. Ci sono, in due locali distinti ma comunicanti, gli erogatori di vino e di detersivi alla spina: si arriva con la bottiglia (la prima volta si acquista, se non la si possiede già) e la si riempie. Continua a leggere il post di MariaBlgeko
Credits: Ecologos,
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La casa ECO-LOGICA:la mostra itinerante più grande in Europa su fonti rinnovabili, bioedilizia e risparmio energetico.
Post n°851 pubblicato il 18 Aprile 2009 da joiyce
Tag: Ecologia, energia, fotovoltaico, Rinnovabili, Risparmio, Risparmio Energetico
La Casa Eco-logica, mostra su energie rinnovabili, risparmio energetico e idrico, bioedilizia, consumi domestici consapevoli e ambiente realizzata dall’Energie und Umweltzentrum (Centro per l’energia e l’ambiente) di Springe - Hannover in Germania, è l’esposizione itinerante più grande e completa che ci sia attualmente in Europa su questi temi. E’ stata fino ad ora visitata da più di 300.000 persone in 200 città diverse di cinque paesi europei, compresa l’Italia. Ecco tutte le prossime tappe che la Casa farà nel nostro Paese:
17-18-19 Aprile - MACERATA
23-24-25 Maggio - GENOVA
29-30-31 Maggio e 1 Giugno - ORGOSOLO
28-31 Agosto - CASTEL DEL PIANO (GR)
23-28 settembre - IMER (TN)
1 - 5 Ottobre - PONTE NELLE ALPI (BL)
9-12 Ottobre - Arona (NO)
La mostra della Casa Ecologica organizza e può effettuare lezioni illustrative per le scuole ogni ora, durante la mattina, con un massimo di due classi per volta. Per informazioni consulta il sito o scrivi un’email a casa.ecologica@paea.it
credits: M.Rubino,
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- imbuteria disse...
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- Abr 22 2009, 10h27
termovalorizzatore di acerra spento il giorno dopo l'inaugurazione
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- imbuteria disse...
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- Mai 7 2009, 12h46
CHI CONTROLLA I SEMI, CONTROLLA IL CIBO E LA VITA
Postato il Mercoledì, 06 maggio @ 19:00:00 CDT di marcoc
A CURA DI ECOPORTAL.NET
Intervista a Marie-Monique Robin, autrice del libro “Il Mondo secondo Monsanto”
Una compagnia leader, un modello agrario e le conseguenze sociali e sanitarie. I segreti di un’azienda, il suo potere politico e scientifico. La gionalista francese Marie-Monique Robin, affronta tutti i punti chiave per spiegare la monocultura di soia transgenica e gli agrotossici sintetici a livello mondiale.
Come definirebbe la Monsanto?
Monsanto è un impresa criminale. Lo dico perchè ci sono prove concrete di ciò. Venne condannata varie volte per la sua attività industriale, si veda l’uso del composto chimico PCB, miscela chimica ora proibita ma che continua a contaminare il pianeta. Per 50 anni il PCB fu impiegato come liquido refrigerente dei trasformatori. Monsanto, che fu condannata per questo, sapeva che era un prodotto altamente tossico, però nascose le informazioni e fece come se niente fosse.
La stessa storia si è ripetuta con due erbicidi prodotti da Monsanto, che formarono il cocktail chiamato “agente orange” (agente arancio) utilizzato nella guerra del Vietnam. Sapevano della sua tossicità ma lo usarono ugualmente. Non solo, alterarono gli studi fatti per nascondere la relazione tra diossina e cancro. È il modus operandi ricorrente della Monsanto. Alcuni dicono che questo avveniva nel passato, però non è così, è un modo di ottenere profitti che ancora viene usato. L’azienda non accettò mai il suo passato e le sue responsabilità. Negò sempre tutto. Questa è la sua linea di condotta. Oggi la stessa cosa accade con i cibi transgenici e il Roundup.
Qual’è il modo di “agire” della Monsanto in ambito internazionale?
Monsanto ha lo stesso modo di agire in tutti i paesi. Nasconde i dati a riguardo dei suoi prodotti, mente e falsifica i resoconti, ma non solo questo. Ogni volta che scienziati indipendenti tentano di fare il loro lavoro di ricerca sui transgenici, ricevono pressioni o perdono il posto di lavoro. Questo succede anche negli organismi governativi americani come la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali) o l’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale). Monsanto è sinonimo di corruzione. Due sono gli esempi chiari e provati di tentativo di corruzione in Canada da parte della Monsanto, che hanno portato ad una seduta speciale del Senato canadese. Si trattava di legittimare l’uso dell’ormone geneticamente modicaficato sugli animali per aumentare la produzione di latte. Un’altro caso è avvenuto in Indonesia, dove Monsanto fu condannata per aver corrotto un centinaio di alti funzionari per immettere sul mercato locale il suo cotone transgenico. Non abbiamo dubbi che ci siano più casi di corruzione.
Lei afferma che il sistema delle “porte girevoli” è un modo di agire della Monsanto?
Senza dubbi. Nella storia di Monsanto sempre è presente quello che negli Stati Uniti chiamano “porte girevoli”. Un chiaro esempio: il testo che regolamenta i transgenici negli Stati Uniti fu pubblicato nel 1992 dalla FDA, l’agenzia governativa americana incaricata per la sicurezza degli alimenti e dei medicinali. Questo dovrebbe supporre la sua serietà, questo almeno io pensavo prima di questa investigazione. Quando dicevano che un prodotto era stato approvato dalla FDA, credevo fosse sicuro. Ora so che non è così. Nel ’92 il testo pubblicato dalla FDA sui transgenici fu stilato da Michael Taylor, avvocato della Monsanto, che venne assunto dalla FDA proprio per redigere il testo in questione e poi divenne vice-presidente della Monsanto. Questo un esempio molto chiaro di “porte girevoli”. E ce ne sono molti altri.
Monsanto ha prodotto l’agente orange, il PCB e il glifosato. È stata condannata per pubblicitá ingannevole: perché ha i mezzi di comunicazione dalla sua parte?
Per mancanza di un serio e approfondito lavoro dei giornalisti e per la complicità dei politici. In tutto il mondo è uguale.
Perchè Monsanto non dà risposte?
Ha provato a chiamarli?
Si, solo che non accettano gli si faccia domande.
È così che si comportano. Davanti a qualsiasi domanda di un giornalista critico, Monsanto usa una sola politica: “no comment”.
Che importanza ha Monsanto nel mercato mondiale degli alimenti?
L’obiettivo di Monsanto è controllare la catena alimentare. I cibi trasngenici sono il mezzo per raggiungere questo obiettivo. I brevetti la via per ottenerlo. La prima tappa della "rivoluzione verde" già si è conclusa, fu quella delle piante ad alto rendimento con l’utilizzo di pesticidi e relativo inquinamento ambientale. Ora siamo nella seconda fase di questa “rivoluzione” dove la chiave sta nel far valere i brevetti sugli alimenti. Questo non ha niente a che vedere con l’idea di alimentare il mondo. L’unico fine è aumentare gli introiti delle grandi coorporation. Monsanto guadagna in tutto. Ti vende il pacchetto tecnologico completo, i semi brevettati e l’erbicida obbligatorio per quel seme. Monsanto ti fa firmare un contratto nel quale ti proibisce di conservare i semi e ti obbliga a comprare il loro prodotto Roundup, non si possono usare glifosati generici. In questo processo Monsanto guadagna su tutto, e non ha niente a che vedere con la sicurezza alimentare. Voglio ricordare, che la soia transgenica che si coltiva in Argentina, non serve per alimentare la popolazione, ma per nutrire i maiali europei. E cosa succederà all'Argentina, quando in Europa si dovrà etichettare che gli animali vengono alimentati con soia transgenica? Cadranno i consumi della carne e anche l'Argentina avrà problemi, in quanto diminuirà il consumo di soia.
È stata in Argentina, Brasile e in Paraguay. Che particolarità ha incontrato in quelle regioni?
Va ricordato che la Monsanto entrò in Argentina grazie al governo di Carlos Menem, che permise l’entrata della soia trasgenica senza alcun tipo di precauzione. L'Argentina fu il primo paese dell’America Latina. Poi dall’Argentina, i grandi produttori organizzarono il contrabbando dei semi transgenici verso Paraguay e Brasile, che si videro obbligati a legalizzarli in quanto erano coltivazioni dedite all’esportazione. E poi arrivò Monsanto a reclamare i suoi privilegi. Fu incredibile come si espanse la soia transgenica nella regione e in così pochi anni. È un caso unico nel mondo.
Negli anni ’90 l'Argentina veniva indicata come alunna modello del FMI. Oggi con 17 milioni di ettari coltivati a soia transgenica e l’utilizzo di 168 milioni di litri di glifosato, si può dire che l'Argentina sia un modello da seguire nell’agroindustria?
Si! Chiaro. L'Argentina adottò il “modello Monsanto” a tempo di record, è un caso esemplare. Però ci furono anche probremi. Dato che i semi transeginici sono brevettati, Monsanto ha il diritto di proprietà intellettuale. Questo significa che i produttori all’atto dell’acquisto dei semi firmano un contratto con il quale si impegnano a non conservare parte del raccolto per la risemina, quello che normalmente fanno gli agricoltori di tutto il mondo. Monsanto considera quest’atto una violazione del suo brevetto. Allora Monsanto invia la "polizia dei geni", che è qualcosa di incredibile, detective privati che entrano nei campi, prendono campioni, verificano se è transgenico e se l'agricoltore ha comprato i semi. Se non sono stati comprati, si va a giudizio e Monsanto vince. È una strategia globale: Monsanto controlla la maggior parte delle imprese produttrici di semi e brevetta i semi, esigendo che ogni contadino compri i suoi semi.
Quello che successe è che la legge argentina non proibisce di conservare i semi di un raccolto per riutilizzarli. In un primo momento Monsanto disse che non avrebbe chiesto privilegi e così fornirono semi e Roundup di scarsa qualità. Dal 2005 Monsanto cominciò a richiedere privilegi, ruppe gli accordi iniziali con Argentina e ora si stanno scontrando in giudizio.
Il Roundup svolge un ruolo da protagonista. Molte comunità agricole ed indigene denunciano i suoi effetti, ma ci sono ancora pochi divieti.
È un aspetto incredibilemte messo a tacere. Nessuno può negare gli effetti che provocano le fumigazioni con questo erbicida, completamente nocivo. Sono convinta che verrà proibito in un futuro, come fu per il PCB, arriverà quel momento. Infatti in Danimarca già lo hanno proibito per la sua alta tossicità. È urgente analizzare il pericolo degli agrochimici e degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati).
Tuttavia, le grandi imprese del settore promettono da decadi che con i transgenici e gli agrotossici si riuscirà ad aumentare la produzione, e così si porrà fine alla fame nel mondo.
L'Argentina è il miglior esempio di questa menzogna. Che vantaggi hanno ottenuto dall’espandersi delle coltivazioni di soia? Si è persa la produzione di altri alimenti basilari e c'è ancora fame. Questo modello è un modello di monocoltura che distrugge le altre coltivazioni vitali. È una trasformazione molto profonda dell’agricoltura, che porta alla perdita della sovranità alimentare, che già non dipende dal governo per poter essere cambiata.
Perchè lei definisce “la dittatura della soia” il processo agrario attuale?
È una dittatura nel senso di un potere totalitario che abbraccia tutto. Bisogna avere chiaro che chi controlla i semi, controlla il cibo e controlla la vita. In quel senso, Monsanto ha un potere totalitario. È così palese, che perfino Syngenta, grande impresa del settore agro-industriale e competitrice di Monsanto, rinominò Brasile, Paraguay ed Argentina “le repubbliche unite della soia”. Siamo davanti ad un programma politico con fini molto chiari. Una semplice domanda lo dimostra: chi è che decide cosa si coltiva in Argentina? Non lo decide né il governo, né i produttori, lo decide Monsanto. La multinazionale decide cosa si seminerà, lo decide un’impresa senza tenere conto dei governi. E quel che è peggio, è che la seconda ondata di transgenici sarà più intensa, con un progetto di agrocombustibile che comporterà più monocoltura. Per dove siamo arrivati, già ci è chiaro che la monocoltura è perdita di biodiversità ed è tutto il contrario della sicurezza alimentare. Non ci sono oramai dubbi che la monocoltura, sia di soia o per la produzione di biodiesel, è la strada verso la fame.
Qual’e il ruolo giocato dalla scienza nel modello dell’agroindustria, dove Monsanto è solo la faccia più conosciuta?
Prima pensava che quando uno studio veniva pubblicato da una prestigiosa rivista scientifica, si trattasse di un lavoro serio. Invece no. Imprese come Monsanto fanno pressione sui direttori delle riviste. Nel campo dei transgenici è quasi impossibile realizzare studi accurati sul tema. In molte parti del mondo, Stati Uniti o Argentina, i laboratori di ricerca sono pagati dalle grandi imprese. Quando il tema riguarda i semi transgenici o gli agrochimici, Monsanto è sempre presente e condiziona le ricerche.
Gli scienziati hanno paura o sono complici?
Tutte e due le cose. La paura e la complicità sono presenti nei laboratori del mondo. Nel mio libro dico chiaramente che in tutti i paesi del mondo ci sono scienziati la cui unica funzione è legittimare il lavoro dell'impresa.
Che ruolo svolgono i governi nel far crescere imprese come la Monsanto?
I governi sono i migliori promotori degli OGM. Realizzano un incredibile lavoro di lobby. Per esempio Monsanto fa avere ai governi i suoi studi, i suoi report, le sue riviste e le foto. Dicono ai politici che non ci sarà inquinamento e che salveranno il mondo, così i politici fanno il loro lavoro. Ci sono anche casi di tentata corruzione. Deputati francesi hanno denunciato pubblicamente le pressioni ricevute da Monsanto, fino a riconoscere che la compagnia contattò ognuno dei 500 deputati affinché legiferassero secondo gli interessi dell'impresa.
Qual’è il ruolo giocato dai mezzi di comunicazione?
Mi dispiace dirlo in quanto sono giornalista. Credo in quello che faccio e credo che sia una professione che comporta un dovere molto importante nella democrazia, però molti media vengono manipolati. L’informazione che ci viene data a riguardo dei transgenici non è corretta. I mezzi di comunicazione pubblicano la propaganda di Monsanto e la pubblicano senza discutere, come se fossero degli impiegati dell'impresa. Monsanto invita a pranzo i giornalisti, fa loro regali, paga loro il viaggio fino a Saint Louis (sede centrale). I giornalisti passeggiano per i laboratori, non fanno domande e tutto finisce lì. Questo è il modo di agire di Monsanto con i mezzi di comunicazione. Non solo, Monsanto cerca di trovare anche dei sostenitori, stabilisce contatti con loro e ottiene opinioni favorevoli. Non so se si arrivi alla corruzione, però Monsanto raggiunge i suoi obiettivi. In Argentina è chiaro come agisce, leggendo alcuni articoli di supplementi rurali si vede che invece di articoli giornalistici sono pubblicità di Monsanto. Non sembrano scritti da un giornalista, sembrano comunicati della compagnia.
Come valuta la disputa tra il governo e le associazioni dell’agricoltura?
Nel 2005 feci un intervista ad Eduardo Buzzi, il quale era furioso per la questione dei privilegi che Monsanto richiedeva. Parlava delle “trappole” di Monsanto. Mi accennava inoltre ai problemi che comporta la soia e mi mise in contatto con i piccoli produttori che mi parlarono delle bugie di Monsanto, della resistenza che mostrano le sterpaglie e che bisognava utilizzare più erbicidi del dovuto, lasciando i campi come terra bruciata. Buzzi sapendo tutto questo metteva in discussione il modello Monsanto, affermava che la soia porta la distruzione dell'agricoltura familiare e mi diceva che la Federazione Agraria rappresenta piccoli e medi produttori contro le grandi imprese. Ora però non so che cosa gli sia successo. Non ebbi occasione di rivederlo e mi piacerebbe domandargli che cosa lo abbia spinto ad unirsi alle grandi entità, mi risulta strano il cambiamento che ha avuto. Per giunta Buzzi fa parte di Aapresid (Associazione Argentina per la semina del suolo –di cui fanno parte tutte le grandi imprese del settore, incluse le produttrici di semi e l’agrochimica) che è quella che ha più da guadagnare da questo modello e che è apparsa poco in questo conflitto. Aapresid condiziona tutti e sta dalla parte dei produttori di soia, che non sono gli agricoltori. Non capisco come la Federazione Agraria dica di rappresentare i piccoli produttori e poi faccia parte dell’Aapresid. È strano, non si capisce.
E il ruolo del governo?
Le ritenute potrebbero essere un freno all’espansione della soia, però non sono la soluzione davanti ad un fenomeno tanto aggressivo. La soluzione deve essere radicale e a lunga scadenza. Chiaro che la tentazione del governo è grande, la soia dà buoni profitti. Non ci sono soluzioni semplici e a breve termine per un modello che butta fuori i contadini delle sue terre e, che per mezzo dei diserbanti, inquina l'acqua, la terra e la gente.
Titolo originale: "Quien controla las semillas, controla la comida y la vida"
Fonte: http://www.ecoportal.net/
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01.04.2009
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da LILIANA BENASSI
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- imbuteria disse...
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- Mai 18 2009, 18h10
L'ULTIMA BOLLA. PREPARIAMOCI
Postato il Domenica, 17 maggio @ 19:00:00 CDT di davide
DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com/
E' il trucco estremo della finanza: gonfiare a dismisura il debito pubblico. è l’attacco finale alle nostre tasche e alle nostre vite. è ciò che deve indurci a una ribellione a tutto campo
La cosa peggiore che si possa fare in questo momento è continuare a comportarsi come se nulla fosse. Il che significa mantenere lo stesso stile di vita, e di spesa, che si avevano prima che la bolla speculativa mondiale esplodesse. Beninteso, parliamo di chi oggi è ancora in grado di decidere se continuare a vivere come sempre oppure prendere alcuni provvedimenti. Per la fasce più deboli del nostro Paese, per chi già viveva vicino la soglia della povertà economica, per i lavoratori precari senza rinnovo e per chi è finito in cassa integrazione, quando non ha proprio perso il lavoro, quella scelta non c'è e il confronto con gli effetti devastanti ai quali ci ha condotto il nostro modello di sviluppo è già in atto.
A tutti loro, così come a chiunque altro, onestà intellettuale ci impone di suggerire che non è in una ripresa economica che si può sperare. E dunque in un ripristino della situazione anteriore.
Attenzione, però. Senza che se ne parli troppo sui media ufficiali, si è già messo in atto l'unico sistema per non far crollare del tutto il nostro Occidente dal punto di vista economico, ovvero creare una nuova bolla. Ed è esattamente quanto ci si poteva aspettare dai padroni del vapore, piuttosto che sparire subito con quanto rimane nelle loro casse, o essere linciati come probabilmente si meriterebbero.
La bolla che sta crescendo in queste settimane - e che ovviamente prima o poi esploderà - è già stata innescata. Ed è l'ultima possibile prima della fine: si tratta delle bolla pubblica. Ovvero statale.
Dopo il petrolio e la new economy, dopo i mutui subprime e i derivati di Borsa, quale poteva essere l'ultimo elemento su cui speculare a dismisura per sostenere i circuiti finanziari? Lo Stato, naturalmente. L'indebitamento pubblico. Ovvero quello di tutti noi.
Banche e assicurazioni e industrie e posti di lavoro si sta cercando di salvarli attraverso l'emissione incondizionata di denaro. Di denaro senza valore, quando lo si crea, ma onerosissimo poi, quando lo si dovrà restituire. In primo luogo la Fed, che non solo, e da quasi 40 anni, ha svincolato l'emissione di moneta dall’ammontare delle riserve auree, che pure limitavano, almeno in parte, la quantità di denaro circolante, ma che oggi si rifiuta addirittura di rendere pubblico il dato relativo alla quantità reale di moneta stampata. I dollari in circolazione, se non lo sono ancora, stanno rapidamente diventando carta igienica.
A indebitarsi non possono più essere direttamente i cittadini degli Stati, di loro spontanea volontà o facendosi concedere dei prestiti dalle banche secondo la necessità. Ciò non toglie che essi si stiano indebitando, in ogni caso, con il sistema. Senza volerlo. Senza saperlo. Ci stanno pensando i governi al posto loro. Tutto il denaro stampato e messo in circolazione, tutto il debito pubblico dei vari Paesi in crescita esponenziale, è esattamente l'ultima bolla possibile. Ed è esattamente quello che sta accadendo. Si indebita lo Stato, per far fronte alle esigenze attuali, facendo fede sulla possibilità di ripresa di questo modello di sviluppo per poter poi ripagare, un giorno, tale debito.
Solo che questo debito non è solo grande. Sta diventando incommensurabile. E nessuno di noi sarà mai in grado di poterlo ripagare.
Oltre questa bolla c'è il default statale. A fare fallimento, dopo le aziende, dopo le Banche, le Borse e le Assicurazioni, saranno gli Stati.
Siamo, insomma, all'ultima fermata. A meno di sperare di scoprire nuovi pianeti in qualche galassia, e di convincerli a indebitarsi per noi, dunque, economicamente siamo arrivati proprio alla frutta. Dal punto di vista pratico e materiale, almeno per chi è riuscito a mantenere un lavoro, nell'immediato futuro è lecito aspettarsi che non cambi molto. Consumare un po’ meno, visti i ritmi di consumo attuali, non basterà a far scadere troppo il proprio tenore economico di vita. Attenzione: abbiamo scritto economico, perché dal punto di vista psicologico le cose cambiano.
Evitare di cambiare automobile, acquistare vestiti o elettrodomestici in quantità inferiore rispetto a prima, o scegliere un luogo di villeggiatura più vicino alla propria residenza invece di raggiungere un paese esotico, dal punto di vista materiale sposta di poco la situazione. Dal punto di vista psicologico invece, in una società che ha nel solo consumo i motivi di gratificazione, la cosa può avere degli effetti piuttosto importanti. Di questi parleremo in altra occasione: il tema è fondamentale non solo per l'immediato, ma anche per cercare di approdare a un sistema di vita, oltre l'economico, migliore di quello attuale. Merita dunque uno spazio specifico che promettiamo di affrontare a breve. Stavolta continuiamo a concentraci sugli effetti materiali.
Chi ha perso il lavoro e si trova già vicino all'indigenza deve dunque scontrarsi immediatamente anche con la parte materiale, ma per tutti vale la pena riflettere, soprattutto considerando quanto abbiamo detto nello scorso numero della rivista e considerando i probabili sviluppi dell'economia mondiale, su cosa è plausibile aspettarsi e su cosa è vivamente suggerito modificare. In una società con al centro scambi monetari e consumo in grave crisi finanziaria, dipendente dalle fonti energetiche fossili dirette verso l'esaurimento e con sistemi di vita centrati su tali elementi, è ovviamente sulla privazione di denaro che si deve ragionare. Vuoi per mancanza di lavoro, vuoi per aumento dei costi e delle tasse. Dunque la prima cosa da immaginare è come vivere con meno denaro. E con costi sempre maggiori anche delle cose indispensabili.
È lecito aspettarsi, infatti, maggiori perdite di posti di lavoro, meno guadagni monetari, aumento delle tasse, aumento dei costi dei beni primari.
L'Herald Tribune del 23 aprile riportava la notizia secondo la quale l'U.K. sta pensando di incrementare le tasse, per far fronte ai problemi debitori del Paese. Considerando il debito di Stato come fondamentale, visti gli interventi anti crisi di salvataggio della Banche & Co., è probabile dunque aspettarsi - anche per un minore numero di persone in grado di lavorare e dunque di contribuire al gettito fiscale dello Stato - che anche nel nostro Paese assisteremo a un ulteriore incremento delle tasse.
È plausibile inoltre aspettarsi che uno Stato privato del gettito Iva derivante dalla riduzione dei consumi - alla quale si collegherà la chiusura di tanti esercizi commerciali e imprese operanti nei servizi connessi, con ulteriore perdita di posti di lavoro - tenti di incidere sulle tasse con un aumento di quelle dirette. E a maggior ragione, considerando che ci sarà una riduzione di spesa sui beni voluttuari di consumo, non vi sarà altra alternativa che vedere una riduzione dei servizi, con ulteriore perdita dei posti di lavoro, e un aumento dei costi dei beni primari. Si potrà vivere acquistando meno merci non indispensabili, ma si dovrà continuare a mangiare, bere e riscaldarsi.
Su questo preme anche l'incognita inflazione: la continua immissione di denaro da parte delle Banche Centrali nel sistema, per scongiurare la (inevitabile, comunque) caduta delle Borse, porterà fatalmente a una crescita dei prezzi. E dunque all’aumento dei tassi di interesse (mutui, prestiti) e alla caduta del potere d'acquisto sia dei redditi che dei risparmi.
Insomma, ribadiamo: meno denaro a disposizione.
Va da sé, a questo punto, che il fuoco della riflessione debba svolgersi su due binari. Il primo: ipotizzare come vivere con meno denaro. Il secondo: ipotizzare come vivere in modo completamente diverso - sia sul piano psicologico che su quello pratico - rispetto a quanto si è fatto finora.
Un’ulteriore riflessione, che facciamo en passant, riguarda il prevedibile aumento di tensioni sociali e di delinquenza, considerata l'escalation di scontenti ed emarginati.
Molti consigli sono frutto di semplice buon senso. Il difficile non è starli a sentire considerandoli suggerimenti astratti e spunti di riflessione solo teorica. Il difficile è accettarli, riconoscerli, farli propri e, sopra ogni altra cosa, metterli in pratica. Ovvero, condividere l'analisi.
Il treno, in altre (e conosciute) parole, si sta per schiantare. E sta rapidamente arrivando a quell’epilogo. Delle due l'una: rimanere sul treno e aspettare lo schianto, oppure scendere dal treno e cominciare una nuova vita.
Il che implica problemi enormi e non aggirabili. Innanzitutto il fatto di scendere da un treno in corsa, e dunque le probabili conseguenze del salto. In secondo luogo trovarsi in una realtà disgregata e da ricostruire. Dove dover ricominciare tutto, o quasi. La differenza, essenziale, è che in quest'ultimo caso però saremo noi a guidare. Chi si sente pronto? Chi è tanto ribelle da farlo?
Diffidate di chiunque prospetti scenari certi. Ancora di più, come abbiamo visto, di chi (quasi) impone di avere fiducia in una ripresa economica nello stesso solco del sistema che ha portato alla situazione attuale.
Fatto questo, non resta che scendere dal treno. Con una serie di manovre essenziali - alcune, certamente, dolorose - e giocando qualche fiche al tavolo della previsione e della lungimiranza. Facendo fede sulla propria cultura e capacità di analisi.
Innanzitutto non fare debiti di nessun tipo. Da subito. È il principio cardine sul quale si è retto il nostro sistema prima di esplodere: consumare a oltranza e spendere più di quanto si aveva. Appare persino superfluo, come argomento, non fosse che ancora oggi molti, tra quelli che possono avere accesso al credito, continuano imperterriti a ricorrere a rate di vario tipo pur di acquistare oggetti che il più delle volte sono superflui.
In secondo luogo, iniziando un processo inverso, si deve cercare di estinguere il prima possibile i propri debiti. Mentre una volta acquisita la piena proprietà del bene che si è comperato a credito (ad esempio la casa) è plausibile sperare che essa non venga mai più espropriata, è molto alto il rischio che in una crisi strutturale come questa chi è in debito possa precipitare nell’insolvenza. Le ipoteche sono spade di Damocle sulle teste dei debitori. Meglio, dunque, eliminare gli oggetti superflui che si deve ancora finire di pagare, e utilizzare il più possibile il denaro che ancora si ha a disposizione per estinguere i debiti dei beni essenziali.
Si tratta, con tutta evidenza, di un processo in primo luogo psicologico ancora prima che pratico, soprattutto nell'imporsi di non contrarre ulteriori debiti, per modesti che siano. Come ha ben scritto Serge Latouche, e per la verità molti altri ben prima di lui, il temi della decrescita e della decolonizzazione dell'immaginario sono fondamentali. Naturalmente tutto il discorso dello studioso francese, pur profondo nel messaggio, è molto superficiale. Il discorso della decrescita si situa nel solco del nostro modello di sviluppo e ne suggerisce un rallentamento, finanche uno stato di fermo. Ma in una ipotetica direttrice rimane nella stessa dimensione del problema.
Ciò che in realtà auspichiamo, e ciò per cui ci battiamo, è invero una dimensione ulteriore dell'esistenza nel suo complesso. Una dimensione altra che deve situarsi in nuovi scenari, con approcci e obiettivi differenti. È nel senso, inteso nella duplice accezione di direzione e di significato, che si deve agire. E questo deve produrre degli effetti pratici. Per mettere in atto i quali si deve sposare una visione del mondo e della vita completamente differenti da quelli attuali. Vi è insomma bisogno di una Weltanschauung nuova - o perduta - che discende principalmente da un aspetto: ricominciare a stabilire cosa è importante e cosa non lo è.
Dal punto di vista culturale e spirituale, la nostra società è infatti di una povertà assoluta. La vita della maggior parte delle persone si può sintetizzare in tre parole, come sappiamo: lavora, consuma, crepa. Se a una famiglia i cui componenti lavorano come schiavi sei giorni su sette togli il centro commerciale la domenica non resta nulla. E questo è tutto. Ovvero, il nulla.
Uno dei motivi di tensioni sociali e di crisi attuale deriva infatti proprio da questo. Il pur becero, fittizio e inconistente benessere che derivava dallo spendere denaro e accumulare merce, allo stato attuale delle cose è venuto meno. Ed è rimasta unicamente la schiavitù da questo sistema.
Il senso di vuoto, inteso come mancanza di contenuto, fino a ieri riempito dal surrogato della merce, è oggi una voragine che si apre all'interno della gente. Tale vuoto era originariamente colmato dal senso di cittadinanza, dal sapere che si faceva parte di un destino comune. Dai rapporti sociali e comunitari.
Ma mentre la nostra società ha svuotato quasi del tutto questo contenuto fondamentale, provocando il vuoto che si andava a riempire attraverso i gironi danteschi degli scaffali, il processo inverso, oggi che viene meno il consumo, è molto più complesso. Perché ha bisogno di un percorso culturale le cui tracce, per chi è maggiormente inserito nel sistema stesso, sono di difficile individuazione.
Ed è invece a queste che si deve tornare.
Più facilitato, naturalmente, sarà chi non se ne è discostato troppo anche in questi decenni difficili per respirare. Così come lo sarà, almeno in parte, chi adesso si è finalmente convinto di doverle ricercare. Dal punto di vista pratico si deve pertanto resistere al consumo compulsivo per colmare altre lacune. E al frastuono dei centri commerciali, del mondo dei media pubblicitari, si sostituirà il silenzio necessario a scoprire e a percorrere l'altra dimensione dell'esistenza cui facevamo accenno.
Ti puoi fidare dei tuoi condòmini?
Molto spesso non ci si saluta neanche più in ascensore. Prepararsi ai prossimi anni necessita invece della riscoperta comunitaria. Potrebbe sembrare di essere soli, tutti contro tutti. In realtà c'è molta gente con la stessa sensazione, con le stesse necessità, che aspetta solo di ritrovare lo spirito comunitario di propri simili.
Una delle cose più importanti è dunque quella di iniziare nuovamente a creare una rete, una propria rete di amicizie e persone fidate con le quali trovare coesione, alleanza. Amici, amici veri (quanti se ne hanno?) parenti, persone con le quali condividere gli stessi percorsi, le stesse necessità. Bisogna insomma trovare le basi per affrontare il periodo di transizione che abbiamo di fronte. Se prima pensavamo - meglio: qualcuno pensava - di poter essere felice con il carrello pieno, lo shopping la domenica, il nonno con la badante o spedito in un ospizio, i figli con la baby sitter e lavorare quaranta ore a settimana, annodare fili su fili per poi tentare di scioglierli con quindici giorni di ferie all'anno, ebbene per forza questo stato di cose dovrà cambiare. E sarà un bene.
Per quanto attiene ai beni immobili il discorso è di una semplicità assoluta. Facciamo due esempi. Il primo, più comune, di chi si è indebitato una vita intera per acquistare un appartamento di 80 metri quadri a un terzo piano di una anonima periferia di una grande città. Il secondo, di chi ha fatto lo stesso per una casa fuori città, magari con un piccolo terreno intorno, o un giardino più o meno grande.
Ora attenzione: nel primo caso, cosa si possiede? Una abitazione sospesa a un terzo piano, magari su un pianerottolo con altri tre appartamenti in un palazzo di cinque piani. Il che significa che in realtà si possiede un minimo corrispettivo di terreno, a terra, e un minimo corrispettivo di solaio. Da dividere con tutti gli altri condomini della stessa colonna del palazzo che, appunto, hanno in con-dominio, un tot di terreno sul quale - letteralmente - vivono uno sopra all'altro.
Nel secondo caso, per esempio di una casa a due piani con un giardino intorno, non si è più un "Giovanni senza terra" ma si ha qualcosa che oltre a permettere di avere un tetto sopra la testa - di cui si è unico proprietario - offre potenzialmente la possibilità di un minimo di sussistenza.
Insomma la differenza è enorme, proprio dal punto di vista pratico, e soprattutto in previsione di quanto potrebbe accadere in futuro.
Il mondo moderno ha visto l'afflusso verso le città per andare incontro alla domanda-offerta di lavoro nelle attività tipicamente cittadine. Esercizi commerciali o servizi che siano. La concentrazione nelle città ha reso tutti dipendenti da due cose: il denaro per acquistare ciò che in città non si produce e dunque qui si deve far arrivare (soprattutto cibo) e il fatto di dover sottostare ai prezzi altissimi anche per un semplice appartamento. Per non parlare della qualità della vita, all'interno delle nostre città.
Molte persone stanno capendo che il gioco non vale la candela. Per molti, soprattutto adesso, ovvero chi non ha un lavoro in città e dispera di averlo in futuro, è chiaro come sia assurdo tentare con le unghie di rimanere in un ambiente costosissimo che offre esattamente, peraltro, lo stile di vita cucito su misura al tipico uomo moderno che meccanismo del lavora-consuma-crepa.
Cosa si rimane a fare, dunque, nelle caotiche, alienanti, costosissime, cancerogene città? Soprattutto: quanto le grandi città sono oggi in grado di poter offrire quello che serve per vivere?
Materialmente, per vivere, non è che serva poi molto. Le esigenze sono sempre le stesse, almeno quelle di base. È dopo aver soddisfatte queste che viene il resto. Fino a ora, il resto significava soprattutto merce, cultura, divertimento. Ma la declinazione, la chiave di lettura di questi altri aspetti, è divenuta consumo. Consumo di merce, di cultura, di divertimento. Appunto.
La vita come un costoso tubo digerente.
Il “migliore dei mondi possibili” ha postulato di lavorare, di lavorare sempre di più, prima per vivere, e quindi per consumare. La domanda da porsi, alla fine, è sempre la stessa: quanto siamo diventati felici?
Non è forse nell'avere meno, nel lavorare meno, nell'avere più tempo per sé che possiamo trovare le basi per affrontare questo periodo di transizione così come di un nuovo paradigma di vita?
Non è che ci sia un metodo. Ci sono però alcuni principi. Partono innanzitutto da un processo di eliminazione: del caos, dello stress, del rumore, della lotta metropolitana che inizia la mattina quando ci alziamo per andare a lavoro, prosegue in ufficio, e ancora una volta mentre tentiamo di tornare a casa.
È questo il momento di riscoprire alcuni punti chiave, come il contatto con la natura e gli spazi vitali più ampi (via dalle fabbriche e dalle città); le occupazioni più legate al territorio e alla persona (rispetto alla alienazione di produrre qualcosa di inutile); la riscoperta della comunità, della partecipazione e della collaborazione (rispetto alla logica competitiva del tutti contro tutti).
Le parole d'ordine, in tal senso, sono riduzione, disintossicazione, localismo, autoproduzione, scambio, prossimità, comunità.
Ridurre i consumi anche prima di doverlo fare per forza. Sottrarsi alla dipendenza indotta dalla propaganda. Scegliere un territorio nel quale radicarsi, autoprodurre il possibile e innescare processi di scambio e sostegno reciproco all'interno di comunità che vogliono condividere lo stesso percorso culturale e di vita. Può non essere affatto sbagliato indirizzare i propri figli a studiare agraria. È indispensabile ricostruire il tessuto sociale che la competizione del nostro mondo ha disintegrato per sconfinare nella lotta di tutti contro tutti.
E attenzione: se uno dei punti cardine di tutto il processo di transizione è quello della diminuzione, l'altro, ancora più importante, è quello della differenziazione.
Perché riduzione non significa vivere nello stesso solco al quale siamo abituati semplicemente impoverendo - dal punto di vista materiale - la propria vita. La chiave di volta è quella di sostituire alcune caratteristiche della nostra attuale vita alienata con altre ormai perdute. Allo spostamento nel traffico si deve sostituire un lavoro locale, che non necessiti spostamento. Alle ore di lavoro straordinario per avere qualche euro in più da spendere in sciocchezze si può sostituire il tempo libero per fare altre attività più edificanti, per se stessi e per la comunità nella quale si vive. Non vi è praticamente attività, passione, attitudine e capacità che non possa essere applicata e declinata anche in situazioni locali, invece che globali come facciamo adesso. È la finalità con la quale si svolge l'occupazione che deve cambiare. Fino a ora era accumulo di denaro e competizione personale. Domani (o già oggi) può diventare miglioramento della propria comunità, oltre che costruzione personale come è giusto che sia.
E avremo dato scacco matto al sistema.
Torneremo sull'argomento con esempi pratici di chi lo sta facendo.
Presto.
Valerio Lo Monaco
Fonte: www.ilribelle.com/
19.05.2009
Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”
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- imbuteria disse...
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- Mai 22 2009, 18h38
Biodiversità, l'Italia senza strategia
Giorgio Beretta
Oggi, 04:51 p.
[Da Unimondo.org] Il declino mondiale della biodiversità rimane «allarmante», nonostante l’accordo raggiunto al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile del 2002 per ridurre significatamente il tasso di perdita entro il 2010. «Tra le cause principali ci sono deforestazione, cambiamenti nell’habitat e degrado del territorio, spesso collegate al crescente impatto del cambiamento climatico. Un’altra minaccia – che rappresenta il tema della Giornata mondiale della biodiversità di quest’anno – è la diffusione delle specie aliene invasive». Lo afferma il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, nel suo messaggio per la giornata odierna.
«Un indesiderato effetto della globalizzazione, le specie non native stanno danneggiando ecosistemi, mezzi di sostentamento e economie di tutto il mondo. Tali minacce sono aggravate dalla presenza di altri fattori che provocano la perdita di biodiversità, in particolare il cambiamento climatico. Le conseguenze su riduzione della povertà, sviluppo sostenibile e Obiettivi di sviluppo del Millennio sono rilevanti». Il segretario generale sottolinea quuindi che il metodo di controllo più conveniente e realizzabile è la prevenzione. «Questa strategia richiede però la massima collaborazione tra governi, settore economico, Ong e organizzazioni internazionali».
Al tema della sostenibilità ambientale è dedicato il seminario promosso oggi a Trento dalla Word Social Agenda, Unimondo e da numerose associazioni da titolo «Cooperazione verde: la sostenibilità ambientale come opportunità per una migliore cooperazione internazionale». Come spiega il direttore di Unimondo, Fabio Pipinato, «nell’ottica di esplorare idee e vie praticabili che orientino progettualità ed azione, il seminario verterà sulla relazione tra cooperazione internazionale, territorio e ambiente, con l’analisi degli errori del passato pro strategie future. Intendiamo rivisitare alcuni programmi di solidarietà internazionale, a partire dalla formulazione progettuale, per far propria la consapevolezza della pressione sull’ambiente e sulla biodiversità».
La perdita della biodiversità è un problema mondiale: la Fao stima che, ad oggi, il 75 per cento delle varietà delle colture agrarie siano andate perdute e che i tre quarti dell’alimentazione mondiale dipendano da appena 12 specie vegetali e 5 animali. Ma è un problema che riguarda da vicino l’Europa e anche l’Italia.
Secondo un recente studio realizzato dall’Iucn [International Union for Conservation of Nature] per conto della Commisssione Ue, in Europa sono a rischio di estinzione circa un quinto dei rettili e circa un quarto degli anfibi. «E’ una scoperta preoccupante – ha commentato il Commissario europeo per l’ambiente, Stavros Dimas – Malgrado la rigorosa legislazione destinata a tutelare i nostri habitat, ciò palesa l’enorme pressione cui stiamo sottoponendo la flora e la fauna del nostro continente e mette in evidenza l’esigenza di ridefinire il nostro legame con la natura. Invito pertanto i cittadini, i politici e il mondo dell’industria a riflettere sul nostro recente Messaggio di Atene e a tenere in debito conto la biodiversità nel prendere qualsiasi decisione. Occorre invertire questa tendenza».
L’Italia, sebbene sia fra i paesi più ricchi di biodiversità in Europa, vede minacciate 138 specie – riporta il dossier «Biodiversità a rischio» di Legambiente e Bioversity International. «Tra gli animali più conosciuti quelli a maggior rischio di estinzione sono la tartaruga comune, la foca monaca, il muflone, lo storione, la cernia. All’inizio dell’Ottocento si contavano circa 8000 varietà di frutta, mentre oggi si arriva a poco meno di 2000 – sottolinea Legambiente – La Ue ha annunciato che per il 2009-2013 i governi dovranno concentrarsi sul tema dei cambiamenti climatici e del loro impatto sulla biodiversità. E’ evidente che per avvicinarsi agli obiettivi del Countdown 2010 è necessario riconfermare e rafforzare l’impegno delle istituzioni europee nei prossimi due anni e anche che siano individuati impegni e vincoli misurabili e concreti», spiega afferma Antonio Nicoletti di Legambiente.
Ma «in Italia nessun passo concreto è stato fatto negli ultimi anni per difendere la ricchezza di specie e habitat», denuncia il Wwf. «Manca una Legge specifica che tuteli la nostra fauna, non esiste né una Strategia nazionale per la Biodiversità come previsto dalla Convenzione internazionale sottoscritta dal Governo italiano. Il 2010 è oramai alle porte, l’anno del Countdown 2010, della svolta per la nostra biodiversità, del target che ha impegnato tutti i Governi del mondo a poter dichiarare che nessuna specie si è estinta, anzi che nessuna specie rischierà più seriamente di estinguersi sta arrivando e le premesse per una tragedia annunciata ci sono tutte – denuncia il Wwf che ha definito una prima Lista delle specie simbolo italiane messe a rischio dal consumo e frammentazione del territorio, dai cambiamenti climatici e dalla caccia.
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- potdepot disse...
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- Usuário
- Mai 26 2009, 19h12
cosa succede in abruzzo?
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