Complice un’imbarazzante errore nell’annunciare gli orari delle esibizioni, maledico la Live dannata e arrivo in tempo per gustarmi soltanto l’ultimo pezzo in scaletta dei The Ocean, band multiforme che apprezzo molto su disco e che mi incuriosiva non poco sul versante live. Suonano compatti, decisi e robusti, e la resa sonora è esplosiva. Il loro contorto post-core abrasivo e articolato è affascinate e rabbioso, ma una decina di minuti sono davvero pochi per accontentarmi. Spero tuttavia in uno show futuro in cui poterli assaporare per intero o almeno in un qualche strumento da tortura con cui potermi vendicare.
Rapido cambio e il palco ospita i riformati Cynic. La compressa complessità dei loro brani esige un ascolto attento e meticoloso, ed è facile perdersi tra le contorsioni inumane di Sean Reinert. Non posso dire di essere un estimatore né di Focus né del fresco Traced in Air, e principalmente per questo la show mi è apparso un po’ ostico. Prog, death, jazz e fusion convivono infatti in manciate di minuti ultratecnici che, per chi non ha affinità con il loro materiale, diventano difficili da assamilare.
D’altro canto, la passione che traspare dalle singole prove dei quattro membri (un timidissimo e riconoscente Paul Masvidal e un esuberante Sean Reinert su tutti, un po’ meno il nuovo Tymon Kruidenier, statico ma concentrato) è viva e facilmente percepibile. Le storiche Veils of Maya e How Could I sono hit indiscutibili che scatenano il pubblico e sprigionano giusti appalusi.
Suoni pastosi e sbilanciati perseguitano invece l’intero show degli Opeth. Le chitarre sono difficilmente distinguibili sin da subito, mentre il basso vive di una pulsazione esagerata. Al di là dei fastidi tecnici, irritanti ma non insopportabili, la band svedese offre una prestazione sopra le righe. Heir Apparent provoca un mosh bellico, The Grand Conjuration conduce in trip vagamente psicorumorosi e Godhead’s Lament incanta per le splendide vocals pulite.
Irresistibili i consueti siparietti comici di Mikael Akerfeldt, conditi da un umorismo prettamente british che si prende gioco di certe star musicali italiane e di una volgare superficialità lirica che affligge molte metal band.
Hope Leaves è l’intermezzo acustico che rilassa e ammalia il pubblico, mentre Deliverance prima e e Demon of the Fall poi massacrano tramite ritmiche martellanti e growls furiosi. La malinconica The Drapery Falls chiude un concerto breve (circa 90 minuti, quando chi scrive aveva ancora nelle orecchie gli oltre 120 del Rolling Stone 2005) che fa accendere le luci di un Alcatraz sold-out alle 22.45. Innegabile quindi una certa delusione per un gruppo che, alfiere com’è di un’inarrestabile progressione sonora, potrebbe e dovrebbe, anche in onore dei seventies’ prog gods che omaggia, offrire qualcosina in più in termini di tempo.
Resta tuttavia il ricordo di una grande esibizione, è questo è sufficiente per un viaggio di ritorno in treno col sorriso sulle labbra.